Audizione di Stefano Innocentini 9 aprile 2026
Buongiorno a tutti, innanzitutto ringrazio la Commissione Pari Opportunità e la Commissione Politiche Sociali per questo invito. Un ringraziamento particolare va alla Consigliera Alessandra Di Francia per aver fortemente voluto questa audizione.
Tutto
è nato quasi per caso, dopo che Alessandra ha letto il mio libro autobiografico
“Dentro la Tana del Lupo”, scritto alcuni anni fa ma sempre attuale per i temi
che tratta.
Naturalmente
non starò qui a parlare del libro, non è la sede né questa una presentazione.
Parlerò
di me, sperando di poter dare al meglio un contributo costruttivo.
Sono
nato a Roma 67 anni fa da genitori di origini toscane. Vivevamo in un piccolo
appartamento in pieno centro storico, per l’esattezza in Via del Colosseo. Non
dobbiamo però confondere il centro storico degli anni ’60 con quello attuale,
riservato a persone danarose oppure a turisti. Il Rione Monti dell’epoca era un
rione molto popolare dove convivevano vari ceti sociali e purtroppo era anche
presente una buona dose di delinquenza. I miei genitori erano dipendenti
comunali il che, soprattutto all’epoca, significava una sicurezza economica che
non tutti riuscivano a possedere.
Ci
sarebbero stati tutti gli ingredienti per poter vivere serenamente se non fosse
stato per un particolare di non poco conto ovvero una forte instabilità mentale
di mia madre. Come spesso capita in questi casi, mia madre non ha mai voluto
essere visitata da qualche esperto. Sono certo che si rendeva conto di avere
qualcosa nella mente che non andava ma le mancava l’umiltà di mettersi in gioco
e forse aveva anche paura di finire in un manicomio, luogo dove era già stato
ricoverato il padre Patrizio il 7/10/1927 con la diagnosi di “Psicosi
ciclotimica” e dove era deceduto alcuni anni dopo abbandonato da tutta la
famiglia (anche perché all’epoca questi pazienti erano definiti incurabili e
nei manicomi, non essendoci ancora adeguati farmaci – e quindi sostanzialmente
non c’era nessuna cura - le diagnosi erano “sbrigative” e servivano soprattutto
a classificare e contenere, più che a curare).
Tornando
a noi e agli anni della mia prima infanzia posso dire, come ho scritto anche
nel libro, che la follia di mia madre si riversò su di me sin da subito
attraverso atti di estrema violenza fisica e verbale. Violenza che non
risparmiava neanche mio padre che spesso veniva malmenato dalla moglie e che
comunque non ha mai preso una posizione difensiva nei miei confronti.
Strilla,
urla, maledizioni e botte sono state il mio pane quotidiano sin da piccolino unitamente
ad un attaccamento morboso nei miei confronti che, in età adolescenziale, avrà
anche dei risvolti incestuosi.
Ma
andiamo per ordine e vediamo velocemente cosa era capace di fare questa donna
al suo unico figlio e a suo marito.
Innanzitutto
era sempre rabbiosa. Ce l’aveva con il mondo intero ed era sempre in lite con
qualcuno anche e soprattutto per futili motivi. Poi era particolarmente sadica.
Si divertiva a far soffrire le persone così pure gli animali. Ricordo che
avevamo una gattina di nome Romina e lei si chiudeva in camera da letto con la
gattina, le bloccava le zampette e la riempiva di pizzichi facendola urlare dal
dolore mentre lei rideva sonoramente. Io ero fuori dalla porta chiusa a chiave
e soffrivo in modo pazzesco per le sevizie subite da questo povero animale e
strillavo implorando di farla finita ma più urlavo e mi disperavo più lei si
divertiva.
A
me riservava trattamenti analoghi in quanto, oltre a riempirmi di botte per
motivi inesistenti se non per sfogare la sua rabbia con il mondo intero, spesso
mi costringeva a prendere rifugio nel piccolissimo bagno di casa e ne
approfittava per chiudermi dentro con il chiavistello che c’era all’esterno e
lasciarmi passare ore lì dentro prigioniero di pochi metri quadrati. A volte,
dopo qualche ora, sentivo il chiavistello riaprirsi e io, speranzoso di poter
finalmente uscire da quella trappola aprivo lentamente la porta ma lei era lì,
con una caraffa di acqua bollente pronta a tirarmela addosso costringendomi a
chiudere immediatamente la porticina a mia protezione.
Altra
variante era quella dei coltelli ovvero non appena provavo ad aprire la
porticina in legno sperando che tutto fosse finito, lei era pronta con dei
lunghi e affilati coltelli da cucina che mi lanciava e, solo per mia fortuna
non sono mai stato preso in pieno. Non poche volte qualche coltello si è anche
conficcato nella porta trattandosi spesso di coltelli a punta e affilatissimi.
Spesso
dal bagno chiedevo aiuto tramite uno spioncino che dava sulle scale ma nessuno
del condominio accorreva anche perché aveva fatto terra bruciata anche con i
condomini, che la odiavano e non volevano avere nulla a che fare con questa
strana famiglia.
Mio
padre, dal canto suo, non appena vedeva queste scene se ne andava via, forse
all’osteria, e tornava a sfuriata terminata.
Quindi
ero completamente solo in balia della follia di questa donna.
Tra
l’altro non avevo parenti cui rivolgermi in quanto aveva litigato con tutti i
suoi parenti e obbligato mio padre a cessare i contatti con le sue due sorelle.
Frequentavano
solo poche persone che non erano all’altezza di capire la gravità della
situazione mentre se qualcuno provava a mettere bocca veniva immediatamente
allontanato dalle amicizie familiari.
Spesso
aspettava che mi addormentassi per menarmi all’improvviso, nel momento in cui
ero più indifeso. A volte mi si avvicinava furtivamente mentre dormivo e
all’improvviso mi metteva le mani in gola cercando di stozzarmi. Oppure, sempre
dopo che mi ero addormentato, si avvicinava furtivamente e silenziosamente
sussurrandomi all’orecchio frasi del tipo: “Maledetto” “Che tu sia maledetto”.
C’è
stato un periodo che mi cominciò a chiamare “Matto”. Ogni cosa che facevo o
dicevo lei non mi chiamava più Stefano ma Matto. “Hai capito matto?”, “Hai
fatto i compiti matto?” e così via. Un giorno, mentre ci trovavamo a casa di
una sua amica, io ero poco più di un bambino e mi misi a giocare a pallone nel
cortile. Ricordo ancora che cominciò a dirmi “Che fai matto”, “Che non lo sai
che sei matto”, e così via. Allora la sua amica, scandalizzata, le chiese
perché mi trattava così. La risposta fu da farsi gelare il sangue nelle vene:
“Lo voglio chiamare matto perché a forza di chiamarlo così deve diventare matto
davvero”. In tutto questo massacro, mio padre faceva come sempre la parte della
pavida comparsa. Non prendeva mai le mie difese, anzi, se gli girava male, mi
massacrava di botte anche lui e non era tenero per niente. Per un nonnulla
diventava una furia e mi prendeva a pugni, ginocchiate, gomitate e quant’altro
facendomi finire spesso al pronto soccorso. Naturalmente ogni volta che venivo
interrogato dai medici circa le motivazioni dei lividi dovevo dire che mi ero
fatto male da solo, giocando a pallone o quant’altro. Guai se avessi detto la
verità. Ero un bambino impaurito e sotto minaccia: “Se parli, a casa ne
prenderai delle altre”. Questo era il solito vile ricatto.
A
tutto questo si univa un morboso controllo sulla mia persona. Ero controllato
h24 e non potevo fare nulla se non sotto il controllo e l’approvazione di lei.
Anche nella scuola il controllo era fortissimo e non si limitava al semplice
appurare che io studiassi e prendessi buoni voti. Mi metteva alle costole
giornalmente qualcuno che mi seguisse e mi obbligasse a stare al chiodo anche
se non ne avevo la necessità.
Inoltre,
come se non bastasse, si era fissata che dovevo studiare il pianoforte cosa che
in teoria sarebbe anche stata lodevole ma non fatta sotto la continua minaccia
di essere picchiato, tra urla, strilla, cinghiate e quant’altro.
Nonostante
tutto ero bravino in quanto riuscii addirittura a superare una dura selezione
per essere ammesso a studiare alle scuole medie nel Conservatorio di Santa
Cecilia di Roma. Presumo che la musica ce l’avessi nel sangue ma come tutte le
cose belle, mia madre se ne appropriò facendomela studiare a modo suo e non
come sarebbe stato giusto fare. Arrivava addirittura ad essere lei a stabilire
i compiti che i vari maestri di pianoforte mi dovevano assegnare e il tutto
senza capirci un fico secco.
Nonostante
tutto intorno ai 15 anni riuscii anche a superare un difficilissimo esame al
Conservatorio al quale mi presentai come privatista. Si trattava del famigerato
esame di Solfeggio e Teoria Musicale che comprendeva una miriade di prove tra
le quali quelle che ricordo sono: Lettura delle note su sette chiavi
(setticlavio), solfeggio parlato, solfeggio cantato, dettato musicale (che
consisteva nello scrivere le note che l’esaminatore suonava senza essere visto
da me individuandone il nome, il tempo, la chiave, ecc.) e altre prove alquanto
difficili.
Ma
quello che sicuramente è stato scandaloso nei primi anni della mia adolescenza,
è stata l’intromissione nella mia sfera sessuale. Una coppia come quella dei
miei genitori oltre ad essere una coppia diabolica, era anche una coppia fortemente
immatura dal punto di vista sessuoaffettivo e non poteva essere diversamente.
Cercarono quindi di intromettersi nella mia acerba sfera sessuale (sto parlando
della mia prima adolescenza) facendomi prima fare una forte cura ormonale per
accelerare lo sviluppo e, in concomitanza, riempiendomi la cameretta di poster
con donnine nude in posizioni esplicite e facendone vanto con i frequentatori
della casa come se io fossi particolarmente evoluto in fatto di sessualità
avendo la camera piena di immagini che ricordavano quelle dei camionisti. Per
me era fonte di forte imbarazzo ma guai a ribellarsi.
Anche
nei primi approcci con le ragazzine, ero controllatissimo. Non dovevo
frequentare nessuna che non fosse attentamente valutata da loro. Non ero libero
di ricevere telefonate a casa, di ricevere ospiti, insomma: di avere una mia
vita proprio nel momento in cui stavo per fiorire come piccolo uomo.
Anche
alle scuole superiori il controllo era esasperante al punto che, ad esempio,
mentre i miei compagni si presentavano in classe con i vestiti alla moda e
portavano con loro solamente i libri necessari, io dovevo andare a scuola con i
vestiti orribili che mi obbligava ad indossare mia madre (pena un sacco di
botte di prima mattina) e tutti i libri, anche quelli inutili, conservati in
una cartella che si usava alle scuole elementari suscitando purtroppo le
ilarità di alcuni compagni di classe.
Proprio
mentre stavo sbocciando come piccolo uomo, ci furono anche due episodi
squallidi che ancora ricordo bene: il primo fu quando mia madre, prendendomi
all’improvviso, mi baciò in bocca con la lingua come fosse stata la mia amante.
La cosa mi fece uno schifo enorme e cominciai a sputare per mezz’ora
consecutiva.
La
seconda fu quando, approfittando del fatto che mi ero fatto la doccia, mi si
avvicinò con la scusa di aiutare ad asciugarmi e mi prese il pene cercando di metterselo
in bocca. Anche in questo caso mi ritrassi prontamente ma rimaneva il gesto
incestuoso che ancora ricordo con dolore a distanza di oltre 50 anni.
Ci
sarebbero tante altre cose da raccontare ma non vorrei tediare nessuno e
proprio per questo alcuni anni fa decisi di scrivere la mia autobiografia
“Dentro la Tana del Lupo” in quanto nello spazio di un libro sono potuto andare
a ruota libera e scrivere tutto quello che mi sono ricordato della mia vita.
Comunque,
in tutto questo sfacelo, vi sono anche delle cose positive che con coraggio e
determinazione sono riuscito ad ottenere.
La
prima, conquistata con molta fatica, è stata la pratica di una fantastica arte
marziale che si chiama Judo e che, seppur con dei lunghi periodi di pausa, non
ho mai abbandonato diventando Maestro e cintura nera 4° Dan. Non fu facile
convincere i miei genitori a farmi praticare questo sport perché era una cosa
scelta da me e non imposta da loro ma tant’è, non solo ci sono riuscito ma
anche i miei figli lo hanno praticato diventando uno cintura marrone e l’altro
anche lui cintura nera (però 1° Dan).
Già,
i miei figli…che lunga storia.
Innanzitutto
diciamo che tutto quello che ho subito non è passato indenne nella mia mente.
Già dalla prima adolescenza ho iniziato ad avere i primi sintomi di un disturbo
molto insidioso e invalidante che si chiama Disturbo Ossessivo Compulsivo
(DOC). Questo disturbo si è aggravato nel corso del tempo sfociando anche in
una gravissima forma di depressione che mi indusse negli anni ’90 a tentare il
suicidio.
C’è
però da dire che a cavallo degli anni ’70/’80, pur essendo malato, molte cose
cominciarono a girare per il verso giusto. Mi riferisco al fatto che prima
ancora di finire le superiori riuscii a trovare un lavoro stabile a Firenze
(quindi indipendenza economica e lontananza fisica dai miei genitori), poi
conobbi una fantastica ragazza che sarebbe poi diventata mia moglie e anche il
servizio militare di leva riuscii a svolgerlo a Roma il che mi dette
l’opportunità di frequentarla al meglio. Con Angela, questo il suo nome,
riuscimmo a comprare un piccolo appartamento facendo non pochi debiti ma che ci
dette l’opportunità di sposarsi anche perché nel frattempo anche lei aveva
trovato un posto di lavoro ed io ero stato trasferito a Roma. I rapporti con i
mei genitori erano sempre tesi al punto che per alcuni anni volli evitare di
frequentarli: erano troppo destabilizzanti per la nostra famiglia. Nonostante
tutto, pur essendo sofferente per via del DOC e della depressione, posso dire
di aver creato una bella famiglia, di aver ottenuto anche delle belle
soddisfazioni nell’ambito lavorativo diventando Vice Segretario Nazionale del
sindacato autonomo UNSA nel Ministero dei Beni culturali e Ambientali (attuale
Ministero della Cultura). Certo, a tutto c’è un prezzo e il prezzo che io ho
pagato per i traumi che ho subito è stato alto. Una volta chiesi al mio
Psichiatra come mai, avendo subito tanta violenza sin dalla più tenera età, non
fossi diventato anche io un violento. Se è vero che molti assassini seriali
sono tali perché hanno subito abusi sin da piccoli, io come minimo dovevo
essere il mostro di Firenze…
La
risposta fu semplice e chiara: pur essendo vero che la violenza genera mostri,
nel mio caso la violenza che ho subito si è riversata tutta dentro di me
trasformandosi in malattia ossessiva e depressiva. In pratica è come se la mia
mente avesse fatto violenza su sé stessa.
Nonostante
tutto, negli ultimi anni del loro percorso terreno, non mi sono sentito di
abbandonare i miei genitori e cercai un riavvicinamento assistendoli fino al
loro ultimo giorno di vita.
Non
a caso il mio libro inizialmente lo avevo intitolato “Le tenebre, la Luce e il
Perdono” che stava a significare i tre momenti della mia vita ovvero quello
oscuro della infanzia e adolescenza, seguito dalla luce nell’aver incontrato
Angela e formato la mia famiglia e il perdono che, nei fatti e non a parole, ho
dato ai miei genitori. Il titolo però non mi piaceva molto e allora,
aggiungendo degli altri capitoli, arrivai alla versione attuale ed ora si
intitola come detto: “Dentro la Tana del Lupo”.
Adesso,
seppur con qualche alto e basso, sono alquanto stabilizzato ed equilibrato e
sto cercando di godermi questa ultima parte della mia vita che, pochi mesi fa,
è stata anche allietata dalla nascita di Leonardo, il mio primo nipotino.
Spero
di aver sintetizzato nel migliore dei modi la mia esperienza di vita e, nel mio
piccolo, aver dato un contributo costruttivo.
Vorrei
comunque concludere con una riflessione che ritengo centrale per il lavoro di
queste Commissioni, soprattutto oggi che parliamo di sessuoaffettività.
La
mia storia dimostra quanto la sfera sessuale ed emotiva di un minore possa
essere distorta, manipolata o violata quando manca una cultura dell’affettività
sana, del rispetto dei confini, della libertà di crescita.
La
sessuoaffettività non è un tema “accessorio”: è un pilastro dello sviluppo
umano.
Quando
viene negata, forzata o controllata, lascia ferite che possono accompagnare una
persona per tutta la vita.
Penso
altresì che sia dovere delle Istituzioni intervenire in situazioni come quella
che ho raccontato in quanto, oggi più che mai, è necessario:
-
educare
bambini e ragazzi a riconoscere il proprio valore e i propri confini,
-
formare
gli adulti — genitori, insegnanti, operatori — a cogliere i segnali di disagio,
-
creare
spazi sicuri in cui i giovani possano parlare di emozioni, corpo, identità,
relazioni,
-
rafforzare
i servizi sociali affinché nessun minore resti solo in una famiglia che non è
in grado di proteggerlo.
In
sintesi e concludendo, secondo me la sessuoaffettività non
è solo educazione alla sessualità: è educazione alla dignità, alla libertà
interiore, alla possibilità di costruire relazioni sane.
Se
avessi avuto accanto adulti capaci di riconoscere ciò che stava accadendo,
forse la mia storia sarebbe stata diversa.
Oggi
abbiamo gli strumenti per evitare che altri bambini vivano ciò che ho vissuto
io.
Ecco
perché sono qui: perché credo che raccontare il proprio dolore abbia senso solo
se può trasformarsi in un contributo per il bene comune.
Se
la mia esperienza può aiutare anche un solo ragazzo o una sola ragazza a essere
visto, ascoltato, protetto, allora tutto questo avrà avuto un significato.
Vi
ringrazio per l’attenzione e per il lavoro che svolgete ogni giorno.
















