lunedì 13 aprile 2026

Commissione Pari Opportunità - Commissione Politiche Sociali Municipio Roma V

     


 
          Audizione di Stefano Innocentini 9 aprile 2026

Buongiorno a tutti, innanzitutto ringrazio la Commissione Pari Opportunità e la Commissione Politiche Sociali per questo invito. Un ringraziamento particolare va alla Consigliera Alessandra Di Francia per aver fortemente voluto questa audizione.

Tutto è nato quasi per caso, dopo che Alessandra ha letto il mio libro autobiografico “Dentro la Tana del Lupo”, scritto alcuni anni fa ma sempre attuale per i temi che tratta.

Naturalmente non starò qui a parlare del libro, non è la sede né questa una presentazione.

Parlerò di me, sperando di poter dare al meglio un contributo costruttivo.

Sono nato a Roma 67 anni fa da genitori di origini toscane. Vivevamo in un piccolo appartamento in pieno centro storico, per l’esattezza in Via del Colosseo. Non dobbiamo però confondere il centro storico degli anni ’60 con quello attuale, riservato a persone danarose oppure a turisti. Il Rione Monti dell’epoca era un rione molto popolare dove convivevano vari ceti sociali e purtroppo era anche presente una buona dose di delinquenza. I miei genitori erano dipendenti comunali il che, soprattutto all’epoca, significava una sicurezza economica che non tutti riuscivano a possedere.

Ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per poter vivere serenamente se non fosse stato per un particolare di non poco conto ovvero una forte instabilità mentale di mia madre. Come spesso capita in questi casi, mia madre non ha mai voluto essere visitata da qualche esperto. Sono certo che si rendeva conto di avere qualcosa nella mente che non andava ma le mancava l’umiltà di mettersi in gioco e forse aveva anche paura di finire in un manicomio, luogo dove era già stato ricoverato il padre Patrizio il 7/10/1927 con la diagnosi di “Psicosi ciclotimica” e dove era deceduto alcuni anni dopo abbandonato da tutta la famiglia (anche perché all’epoca questi pazienti erano definiti incurabili e nei manicomi, non essendoci ancora adeguati farmaci – e quindi sostanzialmente non c’era nessuna cura - le diagnosi erano “sbrigative” e servivano soprattutto a classificare e contenere, più che a curare).

Tornando a noi e agli anni della mia prima infanzia posso dire, come ho scritto anche nel libro, che la follia di mia madre si riversò su di me sin da subito attraverso atti di estrema violenza fisica e verbale. Violenza che non risparmiava neanche mio padre che spesso veniva malmenato dalla moglie e che comunque non ha mai preso una posizione difensiva nei miei confronti.

Strilla, urla, maledizioni e botte sono state il mio pane quotidiano sin da piccolino unitamente ad un attaccamento morboso nei miei confronti che, in età adolescenziale, avrà anche dei risvolti incestuosi.

Ma andiamo per ordine e vediamo velocemente cosa era capace di fare questa donna al suo unico figlio e a suo marito.

Innanzitutto era sempre rabbiosa. Ce l’aveva con il mondo intero ed era sempre in lite con qualcuno anche e soprattutto per futili motivi. Poi era particolarmente sadica. Si divertiva a far soffrire le persone così pure gli animali. Ricordo che avevamo una gattina di nome Romina e lei si chiudeva in camera da letto con la gattina, le bloccava le zampette e la riempiva di pizzichi facendola urlare dal dolore mentre lei rideva sonoramente. Io ero fuori dalla porta chiusa a chiave e soffrivo in modo pazzesco per le sevizie subite da questo povero animale e strillavo implorando di farla finita ma più urlavo e mi disperavo più lei si divertiva.

A me riservava trattamenti analoghi in quanto, oltre a riempirmi di botte per motivi inesistenti se non per sfogare la sua rabbia con il mondo intero, spesso mi costringeva a prendere rifugio nel piccolissimo bagno di casa e ne approfittava per chiudermi dentro con il chiavistello che c’era all’esterno e lasciarmi passare ore lì dentro prigioniero di pochi metri quadrati. A volte, dopo qualche ora, sentivo il chiavistello riaprirsi e io, speranzoso di poter finalmente uscire da quella trappola aprivo lentamente la porta ma lei era lì, con una caraffa di acqua bollente pronta a tirarmela addosso costringendomi a chiudere immediatamente la porticina a mia protezione.

Altra variante era quella dei coltelli ovvero non appena provavo ad aprire la porticina in legno sperando che tutto fosse finito, lei era pronta con dei lunghi e affilati coltelli da cucina che mi lanciava e, solo per mia fortuna non sono mai stato preso in pieno. Non poche volte qualche coltello si è anche conficcato nella porta trattandosi spesso di coltelli a punta e affilatissimi.

Spesso dal bagno chiedevo aiuto tramite uno spioncino che dava sulle scale ma nessuno del condominio accorreva anche perché aveva fatto terra bruciata anche con i condomini, che la odiavano e non volevano avere nulla a che fare con questa strana famiglia.

Mio padre, dal canto suo, non appena vedeva queste scene se ne andava via, forse all’osteria, e tornava a sfuriata terminata.

Quindi ero completamente solo in balia della follia di questa donna.

Tra l’altro non avevo parenti cui rivolgermi in quanto aveva litigato con tutti i suoi parenti e obbligato mio padre a cessare i contatti con le sue due sorelle.

Frequentavano solo poche persone che non erano all’altezza di capire la gravità della situazione mentre se qualcuno provava a mettere bocca veniva immediatamente allontanato dalle amicizie familiari.

Spesso aspettava che mi addormentassi per menarmi all’improvviso, nel momento in cui ero più indifeso. A volte mi si avvicinava furtivamente mentre dormivo e all’improvviso mi metteva le mani in gola cercando di stozzarmi. Oppure, sempre dopo che mi ero addormentato, si avvicinava furtivamente e silenziosamente sussurrandomi all’orecchio frasi del tipo: “Maledetto” “Che tu sia maledetto”.

C’è stato un periodo che mi cominciò a chiamare “Matto”. Ogni cosa che facevo o dicevo lei non mi chiamava più Stefano ma Matto. “Hai capito matto?”, “Hai fatto i compiti matto?” e così via. Un giorno, mentre ci trovavamo a casa di una sua amica, io ero poco più di un bambino e mi misi a giocare a pallone nel cortile. Ricordo ancora che cominciò a dirmi “Che fai matto”, “Che non lo sai che sei matto”, e così via. Allora la sua amica, scandalizzata, le chiese perché mi trattava così. La risposta fu da farsi gelare il sangue nelle vene: “Lo voglio chiamare matto perché a forza di chiamarlo così deve diventare matto davvero”. In tutto questo massacro, mio padre faceva come sempre la parte della pavida comparsa. Non prendeva mai le mie difese, anzi, se gli girava male, mi massacrava di botte anche lui e non era tenero per niente. Per un nonnulla diventava una furia e mi prendeva a pugni, ginocchiate, gomitate e quant’altro facendomi finire spesso al pronto soccorso. Naturalmente ogni volta che venivo interrogato dai medici circa le motivazioni dei lividi dovevo dire che mi ero fatto male da solo, giocando a pallone o quant’altro. Guai se avessi detto la verità. Ero un bambino impaurito e sotto minaccia: “Se parli, a casa ne prenderai delle altre”. Questo era il solito vile ricatto.

A tutto questo si univa un morboso controllo sulla mia persona. Ero controllato h24 e non potevo fare nulla se non sotto il controllo e l’approvazione di lei. Anche nella scuola il controllo era fortissimo e non si limitava al semplice appurare che io studiassi e prendessi buoni voti. Mi metteva alle costole giornalmente qualcuno che mi seguisse e mi obbligasse a stare al chiodo anche se non ne avevo la necessità.

Inoltre, come se non bastasse, si era fissata che dovevo studiare il pianoforte cosa che in teoria sarebbe anche stata lodevole ma non fatta sotto la continua minaccia di essere picchiato, tra urla, strilla, cinghiate e quant’altro.

Nonostante tutto ero bravino in quanto riuscii addirittura a superare una dura selezione per essere ammesso a studiare alle scuole medie nel Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Presumo che la musica ce l’avessi nel sangue ma come tutte le cose belle, mia madre se ne appropriò facendomela studiare a modo suo e non come sarebbe stato giusto fare. Arrivava addirittura ad essere lei a stabilire i compiti che i vari maestri di pianoforte mi dovevano assegnare e il tutto senza capirci un fico secco.

Nonostante tutto intorno ai 15 anni riuscii anche a superare un difficilissimo esame al Conservatorio al quale mi presentai come privatista. Si trattava del famigerato esame di Solfeggio e Teoria Musicale che comprendeva una miriade di prove tra le quali quelle che ricordo sono: Lettura delle note su sette chiavi (setticlavio), solfeggio parlato, solfeggio cantato, dettato musicale (che consisteva nello scrivere le note che l’esaminatore suonava senza essere visto da me individuandone il nome, il tempo, la chiave, ecc.) e altre prove alquanto difficili.

Ma quello che sicuramente è stato scandaloso nei primi anni della mia adolescenza, è stata l’intromissione nella mia sfera sessuale. Una coppia come quella dei miei genitori oltre ad essere una coppia diabolica, era anche una coppia fortemente immatura dal punto di vista sessuoaffettivo e non poteva essere diversamente. Cercarono quindi di intromettersi nella mia acerba sfera sessuale (sto parlando della mia prima adolescenza) facendomi prima fare una forte cura ormonale per accelerare lo sviluppo e, in concomitanza, riempiendomi la cameretta di poster con donnine nude in posizioni esplicite e facendone vanto con i frequentatori della casa come se io fossi particolarmente evoluto in fatto di sessualità avendo la camera piena di immagini che ricordavano quelle dei camionisti. Per me era fonte di forte imbarazzo ma guai a ribellarsi.

Anche nei primi approcci con le ragazzine, ero controllatissimo. Non dovevo frequentare nessuna che non fosse attentamente valutata da loro. Non ero libero di ricevere telefonate a casa, di ricevere ospiti, insomma: di avere una mia vita proprio nel momento in cui stavo per fiorire come piccolo uomo.

Anche alle scuole superiori il controllo era esasperante al punto che, ad esempio, mentre i miei compagni si presentavano in classe con i vestiti alla moda e portavano con loro solamente i libri necessari, io dovevo andare a scuola con i vestiti orribili che mi obbligava ad indossare mia madre (pena un sacco di botte di prima mattina) e tutti i libri, anche quelli inutili, conservati in una cartella che si usava alle scuole elementari suscitando purtroppo le ilarità di alcuni compagni di classe.

Proprio mentre stavo sbocciando come piccolo uomo, ci furono anche due episodi squallidi che ancora ricordo bene: il primo fu quando mia madre, prendendomi all’improvviso, mi baciò in bocca con la lingua come fosse stata la mia amante. La cosa mi fece uno schifo enorme e cominciai a sputare per mezz’ora consecutiva.

La seconda fu quando, approfittando del fatto che mi ero fatto la doccia, mi si avvicinò con la scusa di aiutare ad asciugarmi e mi prese il pene cercando di metterselo in bocca. Anche in questo caso mi ritrassi prontamente ma rimaneva il gesto incestuoso che ancora ricordo con dolore a distanza di oltre 50 anni. 

Ci sarebbero tante altre cose da raccontare ma non vorrei tediare nessuno e proprio per questo alcuni anni fa decisi di scrivere la mia autobiografia “Dentro la Tana del Lupo” in quanto nello spazio di un libro sono potuto andare a ruota libera e scrivere tutto quello che mi sono ricordato della mia vita.

Comunque, in tutto questo sfacelo, vi sono anche delle cose positive che con coraggio e determinazione sono riuscito ad ottenere.

La prima, conquistata con molta fatica, è stata la pratica di una fantastica arte marziale che si chiama Judo e che, seppur con dei lunghi periodi di pausa, non ho mai abbandonato diventando Maestro e cintura nera 4° Dan. Non fu facile convincere i miei genitori a farmi praticare questo sport perché era una cosa scelta da me e non imposta da loro ma tant’è, non solo ci sono riuscito ma anche i miei figli lo hanno praticato diventando uno cintura marrone e l’altro anche lui cintura nera (però 1° Dan).

Già, i miei figli…che lunga storia.

Innanzitutto diciamo che tutto quello che ho subito non è passato indenne nella mia mente. Già dalla prima adolescenza ho iniziato ad avere i primi sintomi di un disturbo molto insidioso e invalidante che si chiama Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). Questo disturbo si è aggravato nel corso del tempo sfociando anche in una gravissima forma di depressione che mi indusse negli anni ’90 a tentare il suicidio.

C’è però da dire che a cavallo degli anni ’70/’80, pur essendo malato, molte cose cominciarono a girare per il verso giusto. Mi riferisco al fatto che prima ancora di finire le superiori riuscii a trovare un lavoro stabile a Firenze (quindi indipendenza economica e lontananza fisica dai miei genitori), poi conobbi una fantastica ragazza che sarebbe poi diventata mia moglie e anche il servizio militare di leva riuscii a svolgerlo a Roma il che mi dette l’opportunità di frequentarla al meglio. Con Angela, questo il suo nome, riuscimmo a comprare un piccolo appartamento facendo non pochi debiti ma che ci dette l’opportunità di sposarsi anche perché nel frattempo anche lei aveva trovato un posto di lavoro ed io ero stato trasferito a Roma. I rapporti con i mei genitori erano sempre tesi al punto che per alcuni anni volli evitare di frequentarli: erano troppo destabilizzanti per la nostra famiglia. Nonostante tutto, pur essendo sofferente per via del DOC e della depressione, posso dire di aver creato una bella famiglia, di aver ottenuto anche delle belle soddisfazioni nell’ambito lavorativo diventando Vice Segretario Nazionale del sindacato autonomo UNSA nel Ministero dei Beni culturali e Ambientali (attuale Ministero della Cultura). Certo, a tutto c’è un prezzo e il prezzo che io ho pagato per i traumi che ho subito è stato alto. Una volta chiesi al mio Psichiatra come mai, avendo subito tanta violenza sin dalla più tenera età, non fossi diventato anche io un violento. Se è vero che molti assassini seriali sono tali perché hanno subito abusi sin da piccoli, io come minimo dovevo essere il mostro di Firenze…

La risposta fu semplice e chiara: pur essendo vero che la violenza genera mostri, nel mio caso la violenza che ho subito si è riversata tutta dentro di me trasformandosi in malattia ossessiva e depressiva. In pratica è come se la mia mente avesse fatto violenza su sé stessa.

Nonostante tutto, negli ultimi anni del loro percorso terreno, non mi sono sentito di abbandonare i miei genitori e cercai un riavvicinamento assistendoli fino al loro ultimo giorno di vita.

Non a caso il mio libro inizialmente lo avevo intitolato “Le tenebre, la Luce e il Perdono” che stava a significare i tre momenti della mia vita ovvero quello oscuro della infanzia e adolescenza, seguito dalla luce nell’aver incontrato Angela e formato la mia famiglia e il perdono che, nei fatti e non a parole, ho dato ai miei genitori. Il titolo però non mi piaceva molto e allora, aggiungendo degli altri capitoli, arrivai alla versione attuale ed ora si intitola come detto: “Dentro la Tana del Lupo”.  

Adesso, seppur con qualche alto e basso, sono alquanto stabilizzato ed equilibrato e sto cercando di godermi questa ultima parte della mia vita che, pochi mesi fa, è stata anche allietata dalla nascita di Leonardo, il mio primo nipotino.

Spero di aver sintetizzato nel migliore dei modi la mia esperienza di vita e, nel mio piccolo, aver dato un contributo costruttivo.

Vorrei comunque concludere con una riflessione che ritengo centrale per il lavoro di queste Commissioni, soprattutto oggi che parliamo di sessuoaffettività.

La mia storia dimostra quanto la sfera sessuale ed emotiva di un minore possa essere distorta, manipolata o violata quando manca una cultura dell’affettività sana, del rispetto dei confini, della libertà di crescita.

La sessuoaffettività non è un tema “accessorio”: è un pilastro dello sviluppo umano.

Quando viene negata, forzata o controllata, lascia ferite che possono accompagnare una persona per tutta la vita.

Penso altresì che sia dovere delle Istituzioni intervenire in situazioni come quella che ho raccontato in quanto, oggi più che mai, è necessario:

 

-      educare bambini e ragazzi a riconoscere il proprio valore e i propri confini,

 

-      formare gli adulti — genitori, insegnanti, operatori — a cogliere i segnali di disagio,

 

-      creare spazi sicuri in cui i giovani possano parlare di emozioni, corpo, identità, relazioni,

 

-      rafforzare i servizi sociali affinché nessun minore resti solo in una famiglia che non è in grado di proteggerlo.

 

In sintesi e concludendo, secondo me la sessuoaffettività non è solo educazione alla sessualità: è educazione alla dignità, alla libertà interiore, alla possibilità di costruire relazioni sane.

Se avessi avuto accanto adulti capaci di riconoscere ciò che stava accadendo, forse la mia storia sarebbe stata diversa.

Oggi abbiamo gli strumenti per evitare che altri bambini vivano ciò che ho vissuto io.

Ecco perché sono qui: perché credo che raccontare il proprio dolore abbia senso solo se può trasformarsi in un contributo per il bene comune.

Se la mia esperienza può aiutare anche un solo ragazzo o una sola ragazza a essere visto, ascoltato, protetto, allora tutto questo avrà avuto un significato.

Vi ringrazio per l’attenzione e per il lavoro che svolgete ogni giorno.

lunedì 22 dicembre 2025

Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)


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Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC): capire il disturbo, riconoscerlo nella vita quotidiana e parlarne insieme

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è uno di quei compagni di viaggio che nessuno vorrebbe incontrare. Non si presenta con rumore, non bussa alla porta: entra in punta di piedi e, quando te ne accorgi, ha già preso posto nella tua mente. Molte persone lo descrivono come una voce insistente, un pensiero che non vuole spegnersi, un dubbio che torna sempre, anche quando la ragione dice che non ha senso.

Il DOC non è una mania, non è un vezzo, non è “essere troppo precisi”. È un disturbo psicologico che può diventare molto pesante da gestire, soprattutto quando non si sa cosa sta succedendo.

🔍 Che cos’è il DOC? Una spiegazione semplice e concreta

Il DOC si muove su due binari:

Ossessioni

Sono pensieri che arrivano all’improvviso, come lampi in una giornata serena. Non li scegli, non li vuoi, ma si presentano lo stesso.

Esempi realistici:

  • La paura che qualcosa di terribile possa accadere se non si controlla una porta “un’ultima volta”.

  • Il timore di contaminarsi toccando oggetti comuni.

  • Il dubbio di aver fatto del male a qualcuno senza accorgersene.

Sono pensieri che non rispecchiano il carattere della persona: è proprio questo contrasto a generare ansia.

Compulsioni

Sono i rituali, i gesti ripetuti, le azioni che sembrano l’unico modo per calmare l’ansia.

Esempi:

  • Lavarsi le mani fino a farle arrossare.

  • Ripetere mentalmente una frase per “neutralizzare” un pensiero.

  • Controllare più volte lo stesso oggetto, come se la realtà potesse cambiare da un secondo all’altro.

È come essere intrappolati in un circolo vizioso: più si prova a scacciare il pensiero, più ritorna.

🌪️ L’impatto del DOC sulla vita quotidiana

Il DOC può diventare un ladro silenzioso: ruba tempo, energie, serenità. A volte sottrae ore intere della giornata, altre volte logora lentamente, come una goccia che cade sempre nello stesso punto.

Può influire su:

  • relazioni

  • lavoro

  • studio

  • sonno

  • autostima

Molti raccontano di sentirsi “presenti ma assenti”, come se una parte della mente fosse sempre impegnata a combattere un incendio invisibile.

🧩 Come si affronta il DOC: percorsi e possibilità

Non esiste una cura magica, ma esistono percorsi efficaci che possono aiutare a riprendere il controllo della propria vita.

Terapie psicologiche

La più utilizzata è la Terapia Cognitivo-Comportamentale, in particolare l’Esposizione con Prevenzione della Risposta (ERP).

Una metafora utile: È come imparare a guardare un’onda senza scappare. All’inizio sembra enorme, poi, con il tempo, diventa meno minacciosa.

Terapie farmacologiche

In alcuni casi, gli specialisti possono proporre farmaci che aiutano a ridurre l’intensità dei sintomi. La scelta del trattamento è sempre responsabilità di un professionista.

Approccio combinato

Molte persone trovano beneficio dalla combinazione di terapia psicologica e trattamento farmacologico, soprattutto quando il disturbo è più radicato.

🧭 Le diverse forme del DOC

Il DOC non ha un solo volto. Può presentarsi in modi molto diversi:

  • paura della contaminazione

  • bisogno di controllo

  • ossessioni senza rituali visibili

  • dubbi nelle relazioni

  • necessità di ordine e simmetria

  • accumulo compulsivo

Raccontare queste sfumature aiuta chi legge a riconoscersi e a sentirsi meno solo.

💬 La tua esperienza può aiutare qualcuno

Il DOC è spesso vissuto nel silenzio, con la sensazione di essere gli unici a provare certe paure. Ma non è così. E parlarne può essere un primo passo importante.

Se ti va, puoi condividere nei commenti:

  • Come hai scoperto di avere il DOC

  • Come si manifesta nella tua vita

  • Quali percorsi terapeutici hai provato

  • Se hai avuto miglioramenti o ricadute

  • Che cosa ti ha aiutato di più

Ogni testimonianza può diventare un punto di riferimento per qualcun altro.

lunedì 24 novembre 2025

Nel bosco di Palmoli: libertà, infanzia e destino

 

C’era una volta una famiglia che aveva scelto il silenzio del bosco al posto del frastuono della città. Anglo-australiani di origine, ma radicati tra le colline d’Abruzzo, vivevano senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza televisione. Solo il canto degli uccelli, il crepitio del fuoco e le parole di una maestra privata che insegnava ai bambini ciò che la scuola non aveva mai potuto offrire.

Per anni la loro vita alternativa è scivolata come un ruscello nascosto, lontano dagli occhi del mondo. Finché un giorno, un pasto di funghi raccolti tra le foglie ha portato i piccoli in ospedale. Lì, la fragile armonia si è incrinata: i medici hanno scoperto la scelta radicale dei genitori, e il tribunale ha aperto le porte della legge.

 

Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha visto in quella libertà un pericolo:

 

l’assenza di confronto con altri bambini,

 

la mancanza di sicurezza della dimora,

 

il rifiuto dei controlli sanitari.

 

Così la potestà genitoriale è stata sospesa, e i figli affidati a una struttura protetta, dove la madre li accompagna ancora, ma il padre li vede di rado.

 

La vicenda ha acceso un fuoco di parole. C’è chi parla di trauma, di sradicamento, di un intervento troppo duro. C’è chi ricorda altri bambini, come quelli delle comunità Rom, che vivono nel degrado senza che lo Stato intervenga con la stessa forza.

Il bosco di Palmoli diventa così simbolo di un conflitto antico:

 

dove finisce la libertà di una famiglia e dove inizia il diritto dei bambini a crescere protetti?

 

può la natura essere maestra sufficiente, o la società deve sempre bussare alla porta?

 

Questa storia non è solo cronaca: è parabola. Ci parla di radici e di ali, di genitori che cercano un mondo diverso e di istituzioni che temono per il futuro dei più piccoli. Nel fruscio delle foglie resta la domanda: quanto siamo disposti a lasciare che la libertà si intrecci con la fragilità dell’infanzia?

mercoledì 19 novembre 2025

IL POTERE DEL SILENZIO


Viviamo immersi nel rumore, soprattutto se abitiamo in una città caotica come può essere Roma, Milano oppure Napoli. Ad esso ci siamo quasi assuefatti al punto che solo quando siamo in vacanza, magari in montagna, ci rendiamo conto di quanto prezioso sia il silenzio e quanto ne avremmo bisogno per vivere meglio, a misura d’uomo. 

   Esiste però un altro tipo di rumore al quale siamo completamente assuefatti e del quale non parliamo mai: il rumore dei nostri molteplici pensieri che vanno e vengono instancabilmente, come una scimmia che salta da un albero all’altro senza soluzione di continuità. 
   Come placare allora questo andare e venire continuo dei pensieri? Come sedare, almeno per pochi minuti, questa scimmia dispettosa e vivace che abbiamo dentro la nostra testa?
   Esistono in realtà molteplici metodi per riuscire in questa impresa. Uno dei tanti viene insegnato nelle scuole del Buddhismo Zen dove, tra le varie attività proposte, c’è la meditazione seduta detta Zazen. 
   Zazen comporta il sedersi in una determinata posizione, con la schiena dritta e il respiro consapevole evitando, tra l’altro, di controllare i pensieri.
   I pensieri si susseguiranno in modo incessante ma l’obiettivo non è quello di bloccarli o di seguirli. La cosa importante è rimanere calmi e consapevoli del momento presente e lasciare che i pensieri, così come sono nati, vadano via in maniera naturale. 
   Questo esercizio possiamo farlo a prescindere dalla religione di appartenenza o anche se non seguiamo alcuna religione e non è neanche in contrasto con l’essere cristiano. 
   Un sacerdote della mia parrocchia, Don Andrea, nel corso delle sue omelie amava ripetere che la preghiera ideale non è fatta di molte parole. Basta rilassarsi e fare un bel respiro consapevole e questo è già preghiera. 
   In effetti, aggiungo io da credente, se liberiamo la mente da tutti i pensieri inutili che la riempiono, diamo modo alla grazia del Signore di entrare e non c’è neanche necessità di usare molto le parole perché, almeno questa è una mia convinzione, il Signore già sa di cosa abbiamo bisogno senza che glielo andiamo a ricordare.
   Purtroppo noi siamo abituati a chiedere, chiedere, chiedere, quasi come avessimo stipulato una polizza assicurativa ma il Signore già sa di cosa abbiamo bisogno.
   Naturalmente le mie sono riflessioni e non pretendo di avere in mano la Verità assoluta. Ognuno vive la vita e la preghiera nel modo che preferisce ma, tornando a noi e per concludere, immaginiamo di entrare in una bella chiesa dove regna il silenzio assoluto e dove i presenti adottano il metodo della respirazione consapevole. Quanto forte sarà la preghiera di tutti nel momento in cui si sommano i loro silenzi?
   
 


giovedì 16 ottobre 2025

ANCHE TU AMI SCRIVERE?

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Se anche tu ami scrivere non posso che darti il benvenuto (o la benvenuta) in questa che vuole essere una semplice e pacata riflessione.
Non conoscendoti, posso semplicemente partire dalla mia esperienza di scrittura e dalle profonde motivazioni che mi spingono a scrivere praticamente da sempre.
Sin da piccolino, alle scuole elementari, eccellevo nei temi nei quali mi sbizzarrivo a scrivere storie, spesso anche divertenti, al punto che, alla terza elementare (stiamo parlando degli anni ’60), il Maestro (che se non ricordo male si chiamava Dante) parlò molto bene di me al Preside e, dopo l’aver scritto un tema lungo e divertente, volle che lo leggessi a tutta la classe.

Qualcosa di analogo capitò all’esame di maturità dove, in una delle prove scritte (un tema di cultura generale), presi il massimo dei voti e ricevetti i complimenti della commissione ministeriale.

Però c’è da dire che, al di là dello scrivere, la passione principale, la vera base, è sempre stata la lettura.

Faccio fatica a capire come mai in questo periodo fanno la comparsa tanti scrittori (o aspiranti tali) che in vita loro non hanno mai letto un libro o, se ne hanno letto qualcuno, lo hanno fatto svogliatamente e in via del tutto eccezionale.

La lettura rappresenta le fondamenta della scrittura e chiunque ami scrivere deve sempre tenere a mente questo parallelo.

Tornando a me e facendo un salto nel tempo, essendo stato per oltre trent’anni un affermato sindacalista a livello nazionale nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, lo scrivere è divenuto quasi una professione in quanto un sindacalista, se vuole essere un bravo professionista, non può e non deve limitarsi a saper condurre un’assemblea oppure un convegno. Deve anche scrivere, scrivere e ancora scrivere.

Nel mio caso, negli anni ’90, sono stato direttore responsabile del periodico del sindacato autonomo CONFSAL-UNSA Beni Culturali e, in tale veste, sono stato iscritto all’Ordine dei Giornalisti.

Peraltro, sempre in quel periodo, alcuni miei scritti furono pubblicati su Quotidiani nazionali come, ad esempio, Il Sole 24 Ore.

In una fase successiva della mia vita ho poi scritto il mio vero e proprio libro autobiografico (adesso in vendita su Amazon con il titolo “Dentro la tana del lupo”) e inoltre, un libro in memoria di mio zio Erigo Benedetti, deceduto nel corso dell’ultimo scontro armato tra le forze italiane e quelle tedesche a guerra ormai terminata.

Anche questo libro è in vendita su Amazon e si intitola “L’ultima battaglia di un Ardito”.
Fatte queste premesse, torniamo alla domanda principale: anche tu ami scrivere? E per quale motivo?

Lo fai solo per il piacere di poter vedere la tua fatica in una libreria oppure perché hai sentito il bisogno interiore di mettere nero su bianco una storia, delle sensazioni, delle opinioni?
Penso che ciascuno di noi abbia un talento che deve essere coltivato. C’è che ama scrivere, chi ama suonare uno strumento, chi ama dipingere, etc.

Quindi la mia convinzione è che praticamente tutti noi esseri umani abbiamo un talento da coltivare e, se il tuo talento è la scrittura, allora che ben venga e il mio consiglio è di coltivarlo sempre, giorno dopo giorno.

Se però lo fai perché pensi che sia una facile strada per la notorietà o la ricchezza, allora devo darti una brutta notizia: per uno scrittore di fama ce ne sono centinaia (magari anche molto bravi) che però non riescono a decollare e questo per milioni di motivazioni.

La strada della scrittura è una strada meravigliosa e che potrà darti tanto ma, questo è almeno il mio consiglio, se sei all’inizio e non sei un nome conosciuto, non ti aspettare che in poco tempo centinaia di persone leggeranno la tua opera.

Naturalmente te lo auguro ma sappi che la vera fatica non è solo quella di scrivere ma è rappresentata da tutti i passaggi successivi che hanno lo scopo di farti conoscere a un pubblico sempre più vasto come ad esempio presentazioni o partecipazione a concorsi letterari (ve ne sono per varie categorie come ad esempio narrativa e poesia e anche specifici per scrittori esordienti).

Termino con il farti i miei più calorosi auguri per il tuo futuro.
Stefano





venerdì 20 giugno 2025

LO SCIOPERO È UN DIRITTO SANCITO DALLA NOSTRA COSTITUZIONE (MA SERVE BUON SENSO)

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un succedersi di scioperi in diversi settori, in particolar modo nei trasporti pubblici, con effetti che hanno avuto un impatto negativo notevole sulla vita quotidiana di tante persone. Quando treni, autobus e metropolitane si fermano, milioni di persone, tra lavoratori, studenti, famiglie e turisti, si trovano bloccati. 
È una situazione che crea un forte disagio e spesso anche un senso di abbattimento, soprattutto per chi già affronta difficoltà economiche o personali.
Questa realtà ci porta a riflettere sull’utilizzo dello sciopero, che è uno strumento fondamentale per i diritti dei lavoratori, sancito anche dalla nostra Costituzione. 
Lo sciopero ha radici profonde nella storia delle lotte sindacali e, in passato, ha fatto in modo che si raggiungessero conquiste importanti per la dignità del lavoro. 
Però, come ogni strumento potente, va usato con attenzione e responsabilità.
Questa forma di protesta è nata per dare voce ai lavoratori quando le condizioni di lavoro diventano insostenibili o quando i diritti vengono calpestati. È un mezzo di pressione diretto, che punta a costringere il datore di lavoro a sedersi al tavolo delle trattative. 
Negli ultimi tempi, però, sembra che questa funzione originaria si sia un po’ persa. Sempre più spesso gli scioperi, pur proclamati ufficialmente per legittime rivendicazioni lavorative, sembrano essere utilizzati a scopi di natura politica.
Sicuramente non c’è nulla di sbagliato nel voler esprimere un dissenso politico, ma quando lo sciopero si trasforma in uno strumento generico di protesta, rischia di perdere effetto. 
I cittadini, che ne subiscono le conseguenze immediate, possono iniziare ad avvertirlo come un intralcio anziché come una legittima difesa dei diritti e questo è particolarmente vero in un momento storico come quello attuale, in cui tante famiglie fanno già i conti con rincari, stipendi insufficienti e difficoltà quotidiane.
Il risultato non può che essere una crescente sfiducia nei confronti di questa forma di protesta, che rischia di allontanare proprio quel sostegno popolare che in passato ha reso gli scioperi così potenti. 
È un problema che non possiamo ignorare perché se lo sciopero perde il suo valore agli occhi dell’opinione pubblica, perde anche la sua forza come strumento di lotta.
Per questo motivo è importante che tutti i sindacati riflettano sull’uso dello sciopero e su come mantenerlo efficace. Non si tratta di rinunciare a questo diritto, ma di usarlo con criterio. 
Riservare lo sciopero a situazioni davvero critiche, dove tutte le altre vie si sono rivelate inutili, permette di preservarne il significato e la forza.
Ci sono infatti altre alternative che possono essere percorse come ad esempio Tavoli di confronto e negoziati, tutte forme di protesta meno invasive che sono strumenti che possono affiancare o, in certi casi, sostituire lo sciopero. La capacità di ottenere risultati non si misura solo dal numero di giornate di sciopero proclamate, ma dalla qualità del dialogo e delle soluzioni che ne derivano.
Lo sciopero deve tornare a essere uno strumento straordinario, da utilizzare solo quando non ci sono altre soluzioni. Non possiamo quindi permetterci che diventi un’abitudine, perché così facendo rischiamo di svuotarlo del suo significato e della sua forza.
L’obiettivo deve essere sempre quello di costruire un sistema più giusto, dove i diritti dei lavoratori siano considerati, ma anche dove il rispetto per i cittadini non venga mai meno perché alla fine, siamo tutti parte della stessa comunità e una comunità forte e coesa si costruisce attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e la collaborazione.

giovedì 19 giugno 2025

IL MITO DEL POSTO FISSO: PERCHÉ IN ITALIA RESISTE E TORNA A SEDURRE NEL SECONDO MILLENNIO

 

«Io voglio fare il posto fisso». Così rispondeva un piccolo Checco Zalone, nel famoso film Quo Vado? al maestro che gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande. 

In effetti, in Italia il posto fisso, soprattutto nel settore pubblico, continua a essere considerato una meta ambita, simbolo di sicurezza e stabilità. Questa aspirazione, radicata nella cultura italiana da decenni, sembra resistere, se non rafforzarsi, nel contesto contemporaneo. Sorprendentemente, dopo un periodo di esaltazione delle libere professioni e delle carriere flessibili, si sta osservando una sorta di inversione di tendenza, con molti professionisti che abbandonano la libera professione per cercare un impiego stabile.

Ma perché il mito del posto fisso, soprattutto quello statale, esercita ancora un'attrazione così forte?

Innanzitutto vi è un fattore culturale, con una maggiore propensione alla ricerca del posto fisso nelle regioni del sud Italia. Persistono però molteplici altri fattori come, ad esempio, una maggiore sicurezza economica in un mondo incerto.

Infatti, l’instabilità economica e le crisi globali, come quella finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020, hanno riportato al centro l’importanza della sicurezza del reddito. Il posto fisso garantisce stipendi regolari, benefit e tutele che molti liberi professionisti possono solo sognare e nel settore pubblico, questa sicurezza è ancora più marcata.

Da non sottovalutare poi i contratti blindati e difficili da rescindere e la pensione garantita con il relativo trattamento di fine rapporto.

Infine, vi è una maggiore resistenza ai licenziamenti rispetto al settore privato.

In un’epoca di precarietà e gig economy, il desiderio di stabilità diventa un valore irrinunciabile.

D’altro canto, per quanto riguarda la libera professione, c’è da dire che, nonostante la retorica degli ultimi anni abbia esaltato l’autonomia e la libertà di questa scelta, la realtà è spesso più complessa.

Ad esempio, la pressione fiscale è elevata: in Italia, i liberi professionisti devono affrontare una tassazione onerosa, unita a contributi previdenziali elevati.

Vi è poi una concorrenza e svalutazione del lavoro: in molti settori, il libero mercato ha portato a una corsa al ribasso sui prezzi, rendendo difficile mantenere guadagni dignitosi.

Infine, persiste una incertezza incessante, nel senso che non c'è garanzia di un flusso costante di lavoro e, di conseguenza, di reddito.

Questi fattori stanno spingendo molti professionisti a cercare rifugio in occupazioni stabili, spesso nel settore pubblico, percepito come un’oasi di tranquillità.

Bisogna poi considerare la tradizione culturale italiana nel senso che, come già accennato, il mito del posto fisso ha radici profonde nella cultura italiana, alimentato da decenni di politiche che hanno favorito l’impiego pubblico come strumento di stabilità sociale. Per molte famiglie, il lavoro statale rappresenta ancora un sinonimo di rispettabilità sociale in quanto è considerato una conquista personale e familiare.

Il posto fisso, soprattutto quello del settore pubblico, è quindi tornato ad esercitare un certo fascino poiché, oltre alla stabilità economica, offre vantaggi che lo rendono particolarmente attraente. Vi sono infatti orari regolari e possibilità di conciliare lavoro e vita privata. Possibilità di avanzamento di carriera che, pur essendo lento, è spesso definito e certo e minor pressione lavorativa rispetto a molte realtà del settore privato o freelance.

Non a caso, gli ultimi anni hanno visto un rilancio dei concorsi pubblici, con bandi per decine di migliaia di posti, incentivati dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Questa opportunità ha acceso le speranze di chi cerca una stabilità che nel settore privato fatica a trovare.

I giovani italiani, spesso definiti "bamboccioni" con un’accezione ingiusta, non cercano solo comodità, ma certezze in un contesto che ne offre sempre meno. La precarietà lavorativa e il costo della vita rendono il posto fisso una scelta quasi obbligata per poter pianificare il futuro, acquistare una casa o costruire una famiglia.

C’è però un prezzo da pagare per avere tutte queste certezze e mi riferisco alle retribuzioni che sono purtroppo ancora lontane dalla dignità.

Infatti, nel panorama del settore pubblico italiano, le problematiche legate alle retribuzioni sono una realtà che da anni affligge milioni di lavoratori, nonostante i numerosi proclami e promesse di riforma da parte della politica. 

La situazione resta critica, evidenziando un divario sempre più ampio tra le aspettative legittime dei lavoratori e le risposte che il sistema riesce a offrire.

I dipendenti pubblici italiani continuano a percepire salari che, nella maggior parte dei casi, non sono in linea né con il costo della vita né con il valore delle mansioni svolte. 

Se si guarda a livello europeo, l'Italia si colloca in fondo alla classifica per quanto riguarda la competitività delle retribuzioni nel settore pubblico.

Questa situazione risulta particolarmente grave in un contesto in cui l’inflazione erode quotidianamente il potere d’acquisto dei cittadini. 

Le retribuzioni non riescono a garantire una qualità di vita adeguata, costringendo molte famiglie a tagliare sulle spese essenziali. Per i lavoratori più giovani, questo significa anche ritrovarsi in difficoltà nel costruire un futuro solido, con difficoltà nell'acquisto di una casa o nell'avvio di una famiglia.

Vero è che esiste la possibilità di una carriera interna, attraverso appositi concorsi, che assicurano promozioni e aumenti salariali ma spesso ci si mette la burocrazia, con i suoi tagli di bilancio e una gestione inefficiente delle risorse, a portare i dipendenti a vivere un senso di frustrazione e demotivazione.

Per quanto riguarda le pensioni, la dolente nota riguarda la cosiddetta “liquidazione” che, nel Pubblico Impiego, viene corrisposta in tranche a distanza di anni dal momento del pensionamento. 

Questo ritardo genera non solo stress psicologico, ma anche un peggioramento delle condizioni di salute di chi, spesso in età avanzata, è costretto a continuare a lavorare in un contesto che non sempre tiene conto delle loro esigenze.

È necessario quindi che le istituzioni affrontino con urgenza il tema delle retribuzioni e della liquidazione nel settore pubblico, riconoscendo il ruolo fondamentale che questi lavoratori ricoprono per il funzionamento del Paese.

Non dimentichiamoci che il settore pubblico è il motore che garantisce servizi essenziali ai cittadini, dalla sanità all’istruzione, dalla sicurezza alla cultura. Trascurare i diritti economici di chi opera in questo ambito significa non solo tradire le aspettative dei lavoratori, ma anche minare la qualità dei servizi resi alla collettività.

È il momento di passare dalle parole ai fatti, mettendo al centro delle politiche pubbliche il benessere dei dipendenti e la dignità delle loro pensioni. Solo così si potrà costruire un sistema equo e sostenibile, capace di restituire fiducia e prospettive a chi ogni giorno lavora per il bene del Paese.


venerdì 16 maggio 2025

Terrapiattismo: Un'indagine approfondita sul fenomeno di una credenza controversa.

Il terrapiattismo è una credenza che afferma che la Terra sia piatta anziché sferica. Sebbene la scienza moderna abbia dimostrato senza ombra di dubbio che la Terra è un geoide, questa teoria del complotto ha guadagnato popolarità negli ultimi anni, grazie alla diffusione di informazioni su Internet e ai sostenitori che cercano di convincere gli altri che esista una grande cospirazione per nascondere la verità. In questo articolo, esploreremo le origini del terrapiattismo, analizzeremo le argomentazioni dei suoi sostenitori e affronteremo le evidenze scientifiche che dimostrano che la Terra è rotonda.

Origini del terrapiattismo:

Le radici del terrapiattismo risalgono all'antichità, quando l'umanità non aveva ancora sviluppato strumenti scientifici sofisticati per comprendere la forma e la struttura del pianeta. L'idea di una Terra piatta era comune tra le culture antiche, ma nel corso dei secoli, con l'avanzamento della scienza e delle osservazioni astronomiche, questa credenza è stata superata.

Risorgimento moderno del terrapiattismo:

Negli ultimi anni, il terrapiattismo ha sperimentato una sorta di rinascita. Grazie alla diffusione di teorie del complotto su Internet e ai social media, i sostenitori del terrapiattismo sono stati in grado di raggiungere un pubblico più ampio e creare una comunità online di individui che condividono la stessa visione distorta della realtà. Sono state organizzate conferenze, dibattiti e persino crociere per promuovere questa teoria.

Argomentazioni dei sostenitori del terrapiattismo:

I sostenitori del terrapiattismo presentano una serie di argomentazioni per cercare di supportare la loro teoria. Uno degli argomenti più comuni è che le immagini della Terra scattate dalla NASA e da altre agenzie spaziali sarebbero state manipolate per nascondere la sua vera forma. Altri affermano che l'orizzonte apparentemente piatto e la mancanza di una curvatura evidente sarebbero prove che la Terra è piatta. Tuttavia, tutte queste argomentazioni trascurano o distorcono il vasto corpus di prove scientifiche a sostegno della rotondità della Terra.

Evidenze scientifiche della rotondità della Terra:

La forma rotonda della Terra è stata dimostrata in modo convincente attraverso numerose evidenze scientifiche. Le prime prove risalgono ai tempi dei greci antichi, che hanno osservato l'ombra che la Terra proietta sulla Luna durante un'eclissi. Questa ombra è sempre circolare, indipendentemente dalla posizione dell'osservatore sulla Terra, il che dimostra che il nostro pianeta è sferico. Altre prove provengono dalla navigazione marittima, come il fatto che le navi che si allontanano dall'orizzonte scompaiano gradualmente dalla vista a causa della curvatura terrestre.

Peraltro, la curvatura della Terra è stata anche dimostrata attraverso l'osservazione dei fenomeni atmosferici. Ad esempio, durante un tramonto o un'alba, l'osservatore può vedere il sole sorgere o calare gradualmente all'orizzonte, scomparendo lentamente dalla vista. Questo fenomeno è spiegato dalla curvatura della Terra che fa sì che il sole appaia come se si stesse "inabissando" sotto l'orizzonte.

Inoltre, la gravità è un'altra prova convincente della forma sferica della Terra. La forza gravitazionale della Terra agisce uniformemente in tutte le direzioni, il che significa che la massa del nostro pianeta è distribuita in modo uniforme attorno a un centro sferico. Questo concetto è fondamentale per la comprensione del moto dei corpi celesti e dell'interazione tra la Terra e gli altri oggetti nello spazio.

Le missioni spaziali, come quelle condotte dalla NASA e da altre agenzie spaziali, hanno fornito ulteriori prove visive della rotondità della Terra. Le immagini scattate dagli astronauti in orbita mostrano chiaramente il pianeta come una sfera, con una curvatura visibile dell'orizzonte. Inoltre, le immagini satellitari della Terra ci forniscono una visione globale del pianeta, con una forma chiaramente sferica.

Confutazione delle argomentazioni terrapiattiste:

Le argomentazioni presentate dai sostenitori del terrapiattismo sono spesso basate su fraintendimenti scientifici, citazioni fuori contesto e teorie del complotto infondate. Ad esempio, le immagini della Terra scattate dalla NASA non sono state manipolate per nascondere la sua forma, ma sono frutto di anni di lavoro scientifico e tecnologico. Inoltre, l'apparente piattezza dell'orizzonte e la mancanza di una curvatura visibile sono il risultato della scala enorme del pianeta rispetto alla visione limitata dell'occhio umano.

Conclusioni:

Il fenomeno del terrapiattismo rappresenta un caso interessante di credenza controversa che è riuscita a diffondersi attraverso Internet e i social media. Tuttavia, la scienza e le evidenze empiriche hanno ampiamente dimostrato che la Terra è un geoide, una forma sferica. Le argomentazioni presentate dai sostenitori del terrapiattismo sono facilmente confutabili alla luce delle conoscenze scientifiche consolidate. È importante promuovere l'alfabetizzazione scientifica e affrontare le teorie del complotto per diffondere una comprensione accurata del nostro pianeta e dell'universo che ci circonda.


sabato 26 aprile 2025

Il Primo Maggio in Italia: Riflessioni sulle Sfide del Lavoro e dei Lavoratori

Con l'arrivo del Primo Maggio, giorno internazionale dedicato alla celebrazione del lavoro e dei lavoratori, è essenziale dedicare una riflessione alle molteplici sfide che ancora affliggono il mondo del lavoro in Italia. 

Nonostante i progressi compiuti nel corso degli anni, esistono ancora numerose problematiche che richiedono attenzione e azione concreta per garantire una maggiore sicurezza, dignità e parità di diritti per tutti i lavoratori e le lavoratrici nel nostro Paese.

Una delle questioni cruciali da affrontare è la precarietà occupazionale. Troppo spesso, i lavoratori si trovano impiegati in contratti precari e instabili, privi di adeguati livelli di protezione sociale e di garanzie occupazionali. Questa situazione non solo mette a rischio il benessere e la sicurezza economica delle persone coinvolte, ma mina anche la coesione sociale e l'equità nel mercato del lavoro. 

È necessario adottare politiche volte a promuovere forme di occupazione più stabili e sicure, che garantiscano diritti e protezione sociale adeguati per tutti i lavoratori.

Inoltre, non possiamo ignorare il problema dell'automazione e della digitalizzazione, che sta trasformando radicalmente il mondo del lavoro e comporta rischi di esclusione per molti lavoratori. 

Se da un lato l'innovazione tecnologica offre opportunità di crescita e sviluppo, dall'altro può portare alla perdita di posti di lavoro tradizionali e alla creazione di nuove forme di precarietà e disuguaglianza. È fondamentale adottare politiche e strategie in grado di garantire una transizione equa e inclusiva verso un'economia digitale, investendo nella formazione e nella riqualificazione professionale dei lavoratori e promuovendo la creazione di nuove opportunità occupazionali nel settore tecnologico.

Altro tema cruciale è quello della conciliazione tra lavoro e vita privata. Molte persone si trovano costrette a fare i conti con orari di lavoro eccessivi, pressioni stressanti e difficoltà nel gestire le proprie responsabilità familiari e personali. È indispensabile promuovere politiche e iniziative volte a favorire una migliore conciliazione tra lavoro e vita privata, garantendo, ad esempio, l'accesso a servizi di assistenza all'infanzia e a forme flessibili di organizzazione del lavoro.

Come non ricordare poi il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro. Non è accettabile che, ancora oggi, molte persone rischino la propria incolumità ogni giorno mentre svolgono il proprio lavoro. Incidenti sul lavoro e malattie professionali continuano a verificarsi con una frequenza preoccupante, evidenziando la necessità di rafforzare le normative e i controlli in materia di sicurezza sul lavoro. È fondamentale che i datori di lavoro adottino tutte le misure necessarie per proteggere la salute e la sicurezza dei propri dipendenti, e che le autorità competenti intervengano con decisione per garantire il rispetto delle leggi in materia.

Un'altra grave problematica da affrontare è rappresentata dal fenomeno del caporalato. Si tratta di una forma di sfruttamento lavorativo diffusa soprattutto nei settori agricolo e dell'edilizia, dove i lavoratori sono spesso sottopagati e costretti a lavorare in condizioni disumane. Il caporalato non solo danneggia i lavoratori coinvolti, privandoli dei loro diritti e della loro dignità, ma mina anche l'intero sistema economico, alimentando la concorrenza sleale e l'illegalità. È indispensabile adottare misure efficaci per contrastare questo fenomeno, garantendo la tutela dei lavoratori e punendo severamente coloro che ne traggono vantaggio.

Inoltre, è fondamentale promuovere una vera e completa parità di diritti tra lavoratori e lavoratrici. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni, esistono ancora disparità di genere nel mondo del lavoro, con le donne spesso penalizzate in termini di retribuzione, opportunità di carriera e conciliazione tra lavoro e famiglia. È necessario eliminare ogni forma di discriminazione di genere e promuovere politiche attive per favorire l'inclusione e l'equità sul luogo di lavoro.

Per affrontare queste sfide in modo efficace, è indispensabile un impegno congiunto da parte delle istituzioni, delle imprese, dei sindacati e della società nel suo complesso. È necessario promuovere un dialogo costruttivo e una collaborazione reciproca al fine di individuare soluzioni concrete e sostenibili per migliorare le condizioni lavorative e garantire una maggiore dignità e benessere per tutti i lavoratori e le lavoratrici.

In occasione del Primo Maggio, è importante ricordare l'importanza del lavoro e l'impegno costante per tutelare i diritti e la dignità di chi lavora. Solo attraverso un impegno comune e una determinazione incrollabile sarà possibile costruire un futuro migliore per tutti, basato sulla giustizia sociale, l'equità e il rispetto dei diritti umani fondamentali.


     Stefano Innocentini

www.iltuoapprofondimento.it 


sabato 19 aprile 2025

FOLLIA E PREDIZIONE DEL FUTURO PARTE SECONDA

Alcuni giorni fa ho voluto fare un accostamento tra una delle manifestazioni del Disturbo Ossessivo Compulsivo #disturboossessivocompulsivo e la realtà attuale che ci vede tutti impegnati in gesti che prima facevamo in modo alquanto superficiale. Mi riferisco al lavaggio frequente e fatto con la massima attenzione, sia con sapone che con prodotti adeguati con base alcolica, delle mani #lavaggioritualedellemani
Una misura importante che, unita al distanziamento sociale e all’utilizzo delle mascherine, potrebbe essere di ausilio nell’evitare il propagarsi del contagio da Covid-19.
Il senso del mio Post era semplicemente quello di riflettere sul fatto che, persone affette dalla coazione di lavaggi frequenti e rituali, hanno di fatto (e loro malgrado) precorso i tempi anticipando di anni quello che ormai per noi tutti è diventata la normalità.
Oggi desidero parlare di un altro disturbo della sfera mentale che, sempre a mio avviso, dimostra come i cosiddetti “pazzi” forse non lo sono mai stati così tanto poiché alcune delle loro paure irrazionali stanno trovando certezze in questa epoca dove la nostra privacy è continuamente a rischio.
Da piccolo, un amico di infanzia di mio padre, un certo Marco, era affetto da una gravissima forma di manie di persecuzione #maniedipersecuzione e, a causa di ciò, entrava ed usciva dai vari istituti psichiatrici (stiamo parlano degli anni ’60).
Questo Marco, persona cortese, gentile e dotato anche di una buona dose di intelligenza, era fermamente convinto di essere spiato da governi, enti, istituzioni (ad esempio dai servizi segreti) che lo controllavano in ogni suo movimento e sapevano alla perfezione ciò che lui avrebbe detto e fatto.
Mi spiego con un banalissimo esempio: un giorno acquistai per gioco un paio di ricetrasmettitori palmari, comunemente conosciuti come Walkie-talkie e, con mia immensa gioia, li mostrai a Marco nella speranza che magari potesse giocarci con me.
L’avessi mai fatto! «Butta subito quelle radioline» mi redarguì pesantemente. «Non sai che “loro” possono ascoltare tutte le nostre conversazioni e approfittare dei nostri segreti?».
La mia risposta fu alquanto semplice in quanto gli feci notare che le radioline in quel momento erano spente ma non ci fu nulla da fare. La #CIA ci faceva credere che le radioline erano spente ma in realtà lo spionaggio era all’opera e ascoltava tutto.
Ebbene, questo è solo uno dei tanti esempi che potrei portare riguardo alle “stranezze” di una persona affetta in modo grave da questa patologia.
Ma qui arriva la mia riflessione: siamo ormai nell’anno 2020 e l’informatica ha fatto passi da gigante. 
Viviamo con i PC praticamente sempre accesi. Con gli Smartphone che portiamo sempre con noi e con App come WhatsApp,  Messenger  o Skype sempre a portata di mano.
I virus informatici sono all’ordine del giorno e malintenzionati da tutto il mondo sono pronti a cogliere delle falle nel nostro sistema operativo per entrare nei meandri del nostro PC e magari bypassare il nostro sistema di password per prosciugare il nostro conto corrente.
Ecco allora il senso di questa riflessione: fino a che punto Marco era un malato? Sicuramente lo era perché la sofferenza era tanta e quando entrava in crisi non c’era verso di stargli vicino e farlo ragionare ma se vivesse in questa nostra era avrebbe forse tutti i torti nel preoccuparsi?
Chissà, forse anche lui aveva previsto in anticipo quello che poi la tecnologia ha costruito nel corso dei decenni.
Stefano