domenica 10 maggio 2026
lunedì 13 aprile 2026
Commissione Pari Opportunità - Commissione Politiche Sociali Municipio Roma V
Audizione di Stefano Innocentini 9 aprile 2026
Buongiorno a tutti, innanzitutto ringrazio la Commissione Pari Opportunità e la Commissione Politiche Sociali per questo invito. Un ringraziamento particolare va alla Consigliera Alessandra Di Francia per aver fortemente voluto questa audizione.
Tutto
è nato quasi per caso, dopo che Alessandra ha letto il mio libro autobiografico
“Dentro la Tana del Lupo”, scritto alcuni anni fa ma sempre attuale per i temi
che tratta.
Naturalmente
non starò qui a parlare del libro, non è la sede né questa una presentazione.
Parlerò
di me, sperando di poter dare al meglio un contributo costruttivo.
Sono
nato a Roma 67 anni fa da genitori di origini toscane. Vivevamo in un piccolo
appartamento in pieno centro storico, per l’esattezza in Via del Colosseo. Non
dobbiamo però confondere il centro storico degli anni ’60 con quello attuale,
riservato a persone danarose oppure a turisti. Il Rione Monti dell’epoca era un
rione molto popolare dove convivevano vari ceti sociali e purtroppo era anche
presente una buona dose di delinquenza. I miei genitori erano dipendenti
comunali il che, soprattutto all’epoca, significava una sicurezza economica che
non tutti riuscivano a possedere.
Ci
sarebbero stati tutti gli ingredienti per poter vivere serenamente se non fosse
stato per un particolare di non poco conto ovvero una forte instabilità mentale
di mia madre. Come spesso capita in questi casi, mia madre non ha mai voluto
essere visitata da qualche esperto. Sono certo che si rendeva conto di avere
qualcosa nella mente che non andava ma le mancava l’umiltà di mettersi in gioco
e forse aveva anche paura di finire in un manicomio, luogo dove era già stato
ricoverato il padre Patrizio il 7/10/1927 con la diagnosi di “Psicosi
ciclotimica” e dove era deceduto alcuni anni dopo abbandonato da tutta la
famiglia (anche perché all’epoca questi pazienti erano definiti incurabili e
nei manicomi, non essendoci ancora adeguati farmaci – e quindi sostanzialmente
non c’era nessuna cura - le diagnosi erano “sbrigative” e servivano soprattutto
a classificare e contenere, più che a curare).
Tornando
a noi e agli anni della mia prima infanzia posso dire, come ho scritto anche
nel libro, che la follia di mia madre si riversò su di me sin da subito
attraverso atti di estrema violenza fisica e verbale. Violenza che non
risparmiava neanche mio padre che spesso veniva malmenato dalla moglie e che
comunque non ha mai preso una posizione difensiva nei miei confronti.
Strilla,
urla, maledizioni e botte sono state il mio pane quotidiano sin da piccolino unitamente
ad un attaccamento morboso nei miei confronti che, in età adolescenziale, avrà
anche dei risvolti incestuosi.
Ma
andiamo per ordine e vediamo velocemente cosa era capace di fare questa donna
al suo unico figlio e a suo marito.
Innanzitutto
era sempre rabbiosa. Ce l’aveva con il mondo intero ed era sempre in lite con
qualcuno anche e soprattutto per futili motivi. Poi era particolarmente sadica.
Si divertiva a far soffrire le persone così pure gli animali. Ricordo che
avevamo una gattina di nome Romina e lei si chiudeva in camera da letto con la
gattina, le bloccava le zampette e la riempiva di pizzichi facendola urlare dal
dolore mentre lei rideva sonoramente. Io ero fuori dalla porta chiusa a chiave
e soffrivo in modo pazzesco per le sevizie subite da questo povero animale e
strillavo implorando di farla finita ma più urlavo e mi disperavo più lei si
divertiva.
A
me riservava trattamenti analoghi in quanto, oltre a riempirmi di botte per
motivi inesistenti se non per sfogare la sua rabbia con il mondo intero, spesso
mi costringeva a prendere rifugio nel piccolissimo bagno di casa e ne
approfittava per chiudermi dentro con il chiavistello che c’era all’esterno e
lasciarmi passare ore lì dentro prigioniero di pochi metri quadrati. A volte,
dopo qualche ora, sentivo il chiavistello riaprirsi e io, speranzoso di poter
finalmente uscire da quella trappola aprivo lentamente la porta ma lei era lì,
con una caraffa di acqua bollente pronta a tirarmela addosso costringendomi a
chiudere immediatamente la porticina a mia protezione.
Altra
variante era quella dei coltelli ovvero non appena provavo ad aprire la
porticina in legno sperando che tutto fosse finito, lei era pronta con dei
lunghi e affilati coltelli da cucina che mi lanciava e, solo per mia fortuna
non sono mai stato preso in pieno. Non poche volte qualche coltello si è anche
conficcato nella porta trattandosi spesso di coltelli a punta e affilatissimi.
Spesso
dal bagno chiedevo aiuto tramite uno spioncino che dava sulle scale ma nessuno
del condominio accorreva anche perché aveva fatto terra bruciata anche con i
condomini, che la odiavano e non volevano avere nulla a che fare con questa
strana famiglia.
Mio
padre, dal canto suo, non appena vedeva queste scene se ne andava via, forse
all’osteria, e tornava a sfuriata terminata.
Quindi
ero completamente solo in balia della follia di questa donna.
Tra
l’altro non avevo parenti cui rivolgermi in quanto aveva litigato con tutti i
suoi parenti e obbligato mio padre a cessare i contatti con le sue due sorelle.
Frequentavano
solo poche persone che non erano all’altezza di capire la gravità della
situazione mentre se qualcuno provava a mettere bocca veniva immediatamente
allontanato dalle amicizie familiari.
Spesso
aspettava che mi addormentassi per menarmi all’improvviso, nel momento in cui
ero più indifeso. A volte mi si avvicinava furtivamente mentre dormivo e
all’improvviso mi metteva le mani in gola cercando di stozzarmi. Oppure, sempre
dopo che mi ero addormentato, si avvicinava furtivamente e silenziosamente
sussurrandomi all’orecchio frasi del tipo: “Maledetto” “Che tu sia maledetto”.
C’è
stato un periodo che mi cominciò a chiamare “Matto”. Ogni cosa che facevo o
dicevo lei non mi chiamava più Stefano ma Matto. “Hai capito matto?”, “Hai
fatto i compiti matto?” e così via. Un giorno, mentre ci trovavamo a casa di
una sua amica, io ero poco più di un bambino e mi misi a giocare a pallone nel
cortile. Ricordo ancora che cominciò a dirmi “Che fai matto”, “Che non lo sai
che sei matto”, e così via. Allora la sua amica, scandalizzata, le chiese
perché mi trattava così. La risposta fu da farsi gelare il sangue nelle vene:
“Lo voglio chiamare matto perché a forza di chiamarlo così deve diventare matto
davvero”. In tutto questo massacro, mio padre faceva come sempre la parte della
pavida comparsa. Non prendeva mai le mie difese, anzi, se gli girava male, mi
massacrava di botte anche lui e non era tenero per niente. Per un nonnulla
diventava una furia e mi prendeva a pugni, ginocchiate, gomitate e quant’altro
facendomi finire spesso al pronto soccorso. Naturalmente ogni volta che venivo
interrogato dai medici circa le motivazioni dei lividi dovevo dire che mi ero
fatto male da solo, giocando a pallone o quant’altro. Guai se avessi detto la
verità. Ero un bambino impaurito e sotto minaccia: “Se parli, a casa ne
prenderai delle altre”. Questo era il solito vile ricatto.
A
tutto questo si univa un morboso controllo sulla mia persona. Ero controllato
h24 e non potevo fare nulla se non sotto il controllo e l’approvazione di lei.
Anche nella scuola il controllo era fortissimo e non si limitava al semplice
appurare che io studiassi e prendessi buoni voti. Mi metteva alle costole
giornalmente qualcuno che mi seguisse e mi obbligasse a stare al chiodo anche
se non ne avevo la necessità.
Inoltre,
come se non bastasse, si era fissata che dovevo studiare il pianoforte cosa che
in teoria sarebbe anche stata lodevole ma non fatta sotto la continua minaccia
di essere picchiato, tra urla, strilla, cinghiate e quant’altro.
Nonostante
tutto ero bravino in quanto riuscii addirittura a superare una dura selezione
per essere ammesso a studiare alle scuole medie nel Conservatorio di Santa
Cecilia di Roma. Presumo che la musica ce l’avessi nel sangue ma come tutte le
cose belle, mia madre se ne appropriò facendomela studiare a modo suo e non
come sarebbe stato giusto fare. Arrivava addirittura ad essere lei a stabilire
i compiti che i vari maestri di pianoforte mi dovevano assegnare e il tutto
senza capirci un fico secco.
Nonostante
tutto intorno ai 15 anni riuscii anche a superare un difficilissimo esame al
Conservatorio al quale mi presentai come privatista. Si trattava del famigerato
esame di Solfeggio e Teoria Musicale che comprendeva una miriade di prove tra
le quali quelle che ricordo sono: Lettura delle note su sette chiavi
(setticlavio), solfeggio parlato, solfeggio cantato, dettato musicale (che
consisteva nello scrivere le note che l’esaminatore suonava senza essere visto
da me individuandone il nome, il tempo, la chiave, ecc.) e altre prove alquanto
difficili.
Ma
quello che sicuramente è stato scandaloso nei primi anni della mia adolescenza,
è stata l’intromissione nella mia sfera sessuale. Una coppia come quella dei
miei genitori oltre ad essere una coppia diabolica, era anche una coppia fortemente
immatura dal punto di vista sessuoaffettivo e non poteva essere diversamente.
Cercarono quindi di intromettersi nella mia acerba sfera sessuale (sto parlando
della mia prima adolescenza) facendomi prima fare una forte cura ormonale per
accelerare lo sviluppo e, in concomitanza, riempiendomi la cameretta di poster
con donnine nude in posizioni esplicite e facendone vanto con i frequentatori
della casa come se io fossi particolarmente evoluto in fatto di sessualità
avendo la camera piena di immagini che ricordavano quelle dei camionisti. Per
me era fonte di forte imbarazzo ma guai a ribellarsi.
Anche
nei primi approcci con le ragazzine, ero controllatissimo. Non dovevo
frequentare nessuna che non fosse attentamente valutata da loro. Non ero libero
di ricevere telefonate a casa, di ricevere ospiti, insomma: di avere una mia
vita proprio nel momento in cui stavo per fiorire come piccolo uomo.
Anche
alle scuole superiori il controllo era esasperante al punto che, ad esempio,
mentre i miei compagni si presentavano in classe con i vestiti alla moda e
portavano con loro solamente i libri necessari, io dovevo andare a scuola con i
vestiti orribili che mi obbligava ad indossare mia madre (pena un sacco di
botte di prima mattina) e tutti i libri, anche quelli inutili, conservati in
una cartella che si usava alle scuole elementari suscitando purtroppo le
ilarità di alcuni compagni di classe.
Proprio
mentre stavo sbocciando come piccolo uomo, ci furono anche due episodi
squallidi che ancora ricordo bene: il primo fu quando mia madre, prendendomi
all’improvviso, mi baciò in bocca con la lingua come fosse stata la mia amante.
La cosa mi fece uno schifo enorme e cominciai a sputare per mezz’ora
consecutiva.
La
seconda fu quando, approfittando del fatto che mi ero fatto la doccia, mi si
avvicinò con la scusa di aiutare ad asciugarmi e mi prese il pene cercando di metterselo
in bocca. Anche in questo caso mi ritrassi prontamente ma rimaneva il gesto
incestuoso che ancora ricordo con dolore a distanza di oltre 50 anni.
Ci
sarebbero tante altre cose da raccontare ma non vorrei tediare nessuno e
proprio per questo alcuni anni fa decisi di scrivere la mia autobiografia
“Dentro la Tana del Lupo” in quanto nello spazio di un libro sono potuto andare
a ruota libera e scrivere tutto quello che mi sono ricordato della mia vita.
Comunque,
in tutto questo sfacelo, vi sono anche delle cose positive che con coraggio e
determinazione sono riuscito ad ottenere.
La
prima, conquistata con molta fatica, è stata la pratica di una fantastica arte
marziale che si chiama Judo e che, seppur con dei lunghi periodi di pausa, non
ho mai abbandonato diventando Maestro e cintura nera 4° Dan. Non fu facile
convincere i miei genitori a farmi praticare questo sport perché era una cosa
scelta da me e non imposta da loro ma tant’è, non solo ci sono riuscito ma
anche i miei figli lo hanno praticato diventando uno cintura marrone e l’altro
anche lui cintura nera (però 1° Dan).
Già,
i miei figli…che lunga storia.
Innanzitutto
diciamo che tutto quello che ho subito non è passato indenne nella mia mente.
Già dalla prima adolescenza ho iniziato ad avere i primi sintomi di un disturbo
molto insidioso e invalidante che si chiama Disturbo Ossessivo Compulsivo
(DOC). Questo disturbo si è aggravato nel corso del tempo sfociando anche in
una gravissima forma di depressione che mi indusse negli anni ’90 a tentare il
suicidio.
C’è
però da dire che a cavallo degli anni ’70/’80, pur essendo malato, molte cose
cominciarono a girare per il verso giusto. Mi riferisco al fatto che prima
ancora di finire le superiori riuscii a trovare un lavoro stabile a Firenze
(quindi indipendenza economica e lontananza fisica dai miei genitori), poi
conobbi una fantastica ragazza che sarebbe poi diventata mia moglie e anche il
servizio militare di leva riuscii a svolgerlo a Roma il che mi dette
l’opportunità di frequentarla al meglio. Con Angela, questo il suo nome,
riuscimmo a comprare un piccolo appartamento facendo non pochi debiti ma che ci
dette l’opportunità di sposarsi anche perché nel frattempo anche lei aveva
trovato un posto di lavoro ed io ero stato trasferito a Roma. I rapporti con i
mei genitori erano sempre tesi al punto che per alcuni anni volli evitare di
frequentarli: erano troppo destabilizzanti per la nostra famiglia. Nonostante
tutto, pur essendo sofferente per via del DOC e della depressione, posso dire
di aver creato una bella famiglia, di aver ottenuto anche delle belle
soddisfazioni nell’ambito lavorativo diventando Vice Segretario Nazionale del
sindacato autonomo UNSA nel Ministero dei Beni culturali e Ambientali (attuale
Ministero della Cultura). Certo, a tutto c’è un prezzo e il prezzo che io ho
pagato per i traumi che ho subito è stato alto. Una volta chiesi al mio
Psichiatra come mai, avendo subito tanta violenza sin dalla più tenera età, non
fossi diventato anche io un violento. Se è vero che molti assassini seriali
sono tali perché hanno subito abusi sin da piccoli, io come minimo dovevo
essere il mostro di Firenze…
La
risposta fu semplice e chiara: pur essendo vero che la violenza genera mostri,
nel mio caso la violenza che ho subito si è riversata tutta dentro di me
trasformandosi in malattia ossessiva e depressiva. In pratica è come se la mia
mente avesse fatto violenza su sé stessa.
Nonostante
tutto, negli ultimi anni del loro percorso terreno, non mi sono sentito di
abbandonare i miei genitori e cercai un riavvicinamento assistendoli fino al
loro ultimo giorno di vita.
Non
a caso il mio libro inizialmente lo avevo intitolato “Le tenebre, la Luce e il
Perdono” che stava a significare i tre momenti della mia vita ovvero quello
oscuro della infanzia e adolescenza, seguito dalla luce nell’aver incontrato
Angela e formato la mia famiglia e il perdono che, nei fatti e non a parole, ho
dato ai miei genitori. Il titolo però non mi piaceva molto e allora,
aggiungendo degli altri capitoli, arrivai alla versione attuale ed ora si
intitola come detto: “Dentro la Tana del Lupo”.
Adesso,
seppur con qualche alto e basso, sono alquanto stabilizzato ed equilibrato e
sto cercando di godermi questa ultima parte della mia vita che, pochi mesi fa,
è stata anche allietata dalla nascita di Leonardo, il mio primo nipotino.
Spero
di aver sintetizzato nel migliore dei modi la mia esperienza di vita e, nel mio
piccolo, aver dato un contributo costruttivo.
Vorrei
comunque concludere con una riflessione che ritengo centrale per il lavoro di
queste Commissioni, soprattutto oggi che parliamo di sessuoaffettività.
La
mia storia dimostra quanto la sfera sessuale ed emotiva di un minore possa
essere distorta, manipolata o violata quando manca una cultura dell’affettività
sana, del rispetto dei confini, della libertà di crescita.
La
sessuoaffettività non è un tema “accessorio”: è un pilastro dello sviluppo
umano.
Quando
viene negata, forzata o controllata, lascia ferite che possono accompagnare una
persona per tutta la vita.
Penso
altresì che sia dovere delle Istituzioni intervenire in situazioni come quella
che ho raccontato in quanto, oggi più che mai, è necessario:
-
educare
bambini e ragazzi a riconoscere il proprio valore e i propri confini,
-
formare
gli adulti — genitori, insegnanti, operatori — a cogliere i segnali di disagio,
-
creare
spazi sicuri in cui i giovani possano parlare di emozioni, corpo, identità,
relazioni,
-
rafforzare
i servizi sociali affinché nessun minore resti solo in una famiglia che non è
in grado di proteggerlo.
In
sintesi e concludendo, secondo me la sessuoaffettività non
è solo educazione alla sessualità: è educazione alla dignità, alla libertà
interiore, alla possibilità di costruire relazioni sane.
Se
avessi avuto accanto adulti capaci di riconoscere ciò che stava accadendo,
forse la mia storia sarebbe stata diversa.
Oggi
abbiamo gli strumenti per evitare che altri bambini vivano ciò che ho vissuto
io.
Ecco
perché sono qui: perché credo che raccontare il proprio dolore abbia senso solo
se può trasformarsi in un contributo per il bene comune.
Se
la mia esperienza può aiutare anche un solo ragazzo o una sola ragazza a essere
visto, ascoltato, protetto, allora tutto questo avrà avuto un significato.
Vi
ringrazio per l’attenzione e per il lavoro che svolgete ogni giorno.
lunedì 22 dicembre 2025
Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)
🧠 Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC): capire il disturbo, riconoscerlo nella vita quotidiana e parlarne insieme
Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è uno di quei compagni di viaggio che nessuno vorrebbe incontrare. Non si presenta con rumore, non bussa alla porta: entra in punta di piedi e, quando te ne accorgi, ha già preso posto nella tua mente. Molte persone lo descrivono come una voce insistente, un pensiero che non vuole spegnersi, un dubbio che torna sempre, anche quando la ragione dice che non ha senso.
Il DOC non è una mania, non è un vezzo, non è “essere troppo precisi”. È un disturbo psicologico che può diventare molto pesante da gestire, soprattutto quando non si sa cosa sta succedendo.
🔍 Che cos’è il DOC? Una spiegazione semplice e concreta
Il DOC si muove su due binari:
✅ Ossessioni
Sono pensieri che arrivano all’improvviso, come lampi in una giornata serena. Non li scegli, non li vuoi, ma si presentano lo stesso.
Esempi realistici:
La paura che qualcosa di terribile possa accadere se non si controlla una porta “un’ultima volta”.
Il timore di contaminarsi toccando oggetti comuni.
Il dubbio di aver fatto del male a qualcuno senza accorgersene.
Sono pensieri che non rispecchiano il carattere della persona: è proprio questo contrasto a generare ansia.
✅ Compulsioni
Sono i rituali, i gesti ripetuti, le azioni che sembrano l’unico modo per calmare l’ansia.
Esempi:
Lavarsi le mani fino a farle arrossare.
Ripetere mentalmente una frase per “neutralizzare” un pensiero.
Controllare più volte lo stesso oggetto, come se la realtà potesse cambiare da un secondo all’altro.
È come essere intrappolati in un circolo vizioso: più si prova a scacciare il pensiero, più ritorna.
🌪️ L’impatto del DOC sulla vita quotidiana
Il DOC può diventare un ladro silenzioso: ruba tempo, energie, serenità. A volte sottrae ore intere della giornata, altre volte logora lentamente, come una goccia che cade sempre nello stesso punto.
Può influire su:
relazioni
lavoro
studio
sonno
autostima
Molti raccontano di sentirsi “presenti ma assenti”, come se una parte della mente fosse sempre impegnata a combattere un incendio invisibile.
🧩 Come si affronta il DOC: percorsi e possibilità
Non esiste una cura magica, ma esistono percorsi efficaci che possono aiutare a riprendere il controllo della propria vita.
✅ Terapie psicologiche
La più utilizzata è la Terapia Cognitivo-Comportamentale, in particolare l’Esposizione con Prevenzione della Risposta (ERP).
Una metafora utile: È come imparare a guardare un’onda senza scappare. All’inizio sembra enorme, poi, con il tempo, diventa meno minacciosa.
✅ Terapie farmacologiche
In alcuni casi, gli specialisti possono proporre farmaci che aiutano a ridurre l’intensità dei sintomi. La scelta del trattamento è sempre responsabilità di un professionista.
✅ Approccio combinato
Molte persone trovano beneficio dalla combinazione di terapia psicologica e trattamento farmacologico, soprattutto quando il disturbo è più radicato.
🧭 Le diverse forme del DOC
Il DOC non ha un solo volto. Può presentarsi in modi molto diversi:
paura della contaminazione
bisogno di controllo
ossessioni senza rituali visibili
dubbi nelle relazioni
necessità di ordine e simmetria
accumulo compulsivo
Raccontare queste sfumature aiuta chi legge a riconoscersi e a sentirsi meno solo.
💬 La tua esperienza può aiutare qualcuno
Il DOC è spesso vissuto nel silenzio, con la sensazione di essere gli unici a provare certe paure. Ma non è così. E parlarne può essere un primo passo importante.
Se ti va, puoi condividere nei commenti:
Come hai scoperto di avere il DOC
Come si manifesta nella tua vita
Quali percorsi terapeutici hai provato
Se hai avuto miglioramenti o ricadute
Che cosa ti ha aiutato di più
Ogni testimonianza può diventare un punto di riferimento per qualcun altro.
lunedì 24 novembre 2025
Nel bosco di Palmoli: libertà, infanzia e destino
C’era una volta una famiglia che aveva scelto il silenzio
del bosco al posto del frastuono della città. Anglo-australiani di origine, ma
radicati tra le colline d’Abruzzo, vivevano senza acqua corrente, senza luce
elettrica, senza televisione. Solo il canto degli uccelli, il crepitio del
fuoco e le parole di una maestra privata che insegnava ai bambini ciò che la
scuola non aveva mai potuto offrire.
Per anni la loro vita alternativa è scivolata come un
ruscello nascosto, lontano dagli occhi del mondo. Finché un giorno, un pasto di
funghi raccolti tra le foglie ha portato i piccoli in ospedale. Lì, la fragile
armonia si è incrinata: i medici hanno scoperto la scelta radicale dei
genitori, e il tribunale ha aperto le porte della legge.
Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha visto in quella
libertà un pericolo:
l’assenza di confronto con altri bambini,
la mancanza di sicurezza della dimora,
il rifiuto dei controlli sanitari.
Così la potestà genitoriale è stata sospesa, e i figli
affidati a una struttura protetta, dove la madre li accompagna ancora, ma il
padre li vede di rado.
La vicenda ha acceso un fuoco di parole. C’è chi parla di
trauma, di sradicamento, di un intervento troppo duro. C’è chi ricorda altri
bambini, come quelli delle comunità Rom, che vivono nel degrado senza che lo
Stato intervenga con la stessa forza.
Il bosco di Palmoli diventa così simbolo di un conflitto
antico:
dove finisce la libertà di una famiglia e dove inizia il
diritto dei bambini a crescere protetti?
può la natura essere maestra sufficiente, o la società deve
sempre bussare alla porta?
Questa storia non è solo cronaca: è parabola. Ci parla di
radici e di ali, di genitori che cercano un mondo diverso e di istituzioni che
temono per il futuro dei più piccoli. Nel fruscio delle foglie resta la
domanda: quanto siamo disposti a lasciare che la libertà si intrecci con la
fragilità dell’infanzia?
mercoledì 19 novembre 2025
IL POTERE DEL SILENZIO
Viviamo immersi nel rumore, soprattutto se abitiamo in una città caotica come può essere Roma, Milano oppure Napoli. Ad esso ci siamo quasi assuefatti al punto che solo quando siamo in vacanza, magari in montagna, ci rendiamo conto di quanto prezioso sia il silenzio e quanto ne avremmo bisogno per vivere meglio, a misura d’uomo.
giovedì 16 ottobre 2025
ANCHE TU AMI SCRIVERE?
venerdì 20 giugno 2025
LO SCIOPERO È UN DIRITTO SANCITO DALLA NOSTRA COSTITUZIONE (MA SERVE BUON SENSO)
Questa realtà ci porta a riflettere sull’utilizzo dello sciopero, che è uno strumento fondamentale per i diritti dei lavoratori, sancito anche dalla nostra Costituzione.
Lo sciopero ha radici profonde nella storia delle lotte sindacali e, in passato, ha fatto in modo che si raggiungessero conquiste importanti per la dignità del lavoro.
Però, come ogni strumento potente, va usato con attenzione e responsabilità.
Questa forma di protesta è nata per dare voce ai lavoratori quando le condizioni di lavoro diventano insostenibili o quando i diritti vengono calpestati. È un mezzo di pressione diretto, che punta a costringere il datore di lavoro a sedersi al tavolo delle trattative.
Negli ultimi tempi, però, sembra che questa funzione originaria si sia un po’ persa. Sempre più spesso gli scioperi, pur proclamati ufficialmente per legittime rivendicazioni lavorative, sembrano essere utilizzati a scopi di natura politica.
Sicuramente non c’è nulla di sbagliato nel voler esprimere un dissenso politico, ma quando lo sciopero si trasforma in uno strumento generico di protesta, rischia di perdere effetto.
I cittadini, che ne subiscono le conseguenze immediate, possono iniziare ad avvertirlo come un intralcio anziché come una legittima difesa dei diritti e questo è particolarmente vero in un momento storico come quello attuale, in cui tante famiglie fanno già i conti con rincari, stipendi insufficienti e difficoltà quotidiane.
Il risultato non può che essere una crescente sfiducia nei confronti di questa forma di protesta, che rischia di allontanare proprio quel sostegno popolare che in passato ha reso gli scioperi così potenti.
È un problema che non possiamo ignorare perché se lo sciopero perde il suo valore agli occhi dell’opinione pubblica, perde anche la sua forza come strumento di lotta.
Per questo motivo è importante che tutti i sindacati riflettano sull’uso dello sciopero e su come mantenerlo efficace. Non si tratta di rinunciare a questo diritto, ma di usarlo con criterio.
Riservare lo sciopero a situazioni davvero critiche, dove tutte le altre vie si sono rivelate inutili, permette di preservarne il significato e la forza.
Ci sono infatti altre alternative che possono essere percorse come ad esempio Tavoli di confronto e negoziati, tutte forme di protesta meno invasive che sono strumenti che possono affiancare o, in certi casi, sostituire lo sciopero. La capacità di ottenere risultati non si misura solo dal numero di giornate di sciopero proclamate, ma dalla qualità del dialogo e delle soluzioni che ne derivano.
Lo sciopero deve tornare a essere uno strumento straordinario, da utilizzare solo quando non ci sono altre soluzioni. Non possiamo quindi permetterci che diventi un’abitudine, perché così facendo rischiamo di svuotarlo del suo significato e della sua forza.
L’obiettivo deve essere sempre quello di costruire un sistema più giusto, dove i diritti dei lavoratori siano considerati, ma anche dove il rispetto per i cittadini non venga mai meno perché alla fine, siamo tutti parte della stessa comunità e una comunità forte e coesa si costruisce attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e la collaborazione.
giovedì 19 giugno 2025
IL MITO DEL POSTO FISSO: PERCHÉ IN ITALIA RESISTE E TORNA A SEDURRE NEL SECONDO MILLENNIO
«Io voglio fare il posto fisso». Così rispondeva un piccolo Checco Zalone, nel famoso film Quo Vado? al maestro che gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande.
In effetti, in Italia il posto fisso, soprattutto nel settore pubblico, continua a essere considerato una meta ambita, simbolo di sicurezza e stabilità. Questa aspirazione, radicata nella cultura italiana da decenni, sembra resistere, se non rafforzarsi, nel contesto contemporaneo. Sorprendentemente, dopo un periodo di esaltazione delle libere professioni e delle carriere flessibili, si sta osservando una sorta di inversione di tendenza, con molti professionisti che abbandonano la libera professione per cercare un impiego stabile.
Ma perché il mito del posto fisso, soprattutto quello statale, esercita ancora un'attrazione così forte?
Innanzitutto vi è un fattore culturale, con una maggiore propensione alla ricerca del posto fisso nelle regioni del sud Italia. Persistono però molteplici altri fattori come, ad esempio, una maggiore sicurezza economica in un mondo incerto.
Infatti, l’instabilità economica e le crisi globali, come quella finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020, hanno riportato al centro l’importanza della sicurezza del reddito. Il posto fisso garantisce stipendi regolari, benefit e tutele che molti liberi professionisti possono solo sognare e nel settore pubblico, questa sicurezza è ancora più marcata.
Da non sottovalutare poi i contratti blindati e difficili da rescindere e la pensione garantita con il relativo trattamento di fine rapporto.
Infine, vi è una maggiore resistenza ai licenziamenti rispetto al settore privato.
In un’epoca di precarietà e gig economy, il desiderio di stabilità diventa un valore irrinunciabile.
D’altro canto, per quanto riguarda la libera professione, c’è da dire che, nonostante la retorica degli ultimi anni abbia esaltato l’autonomia e la libertà di questa scelta, la realtà è spesso più complessa.
Ad esempio, la pressione fiscale è elevata: in Italia, i liberi professionisti devono affrontare una tassazione onerosa, unita a contributi previdenziali elevati.
Vi è poi una concorrenza e svalutazione del lavoro: in molti settori, il libero mercato ha portato a una corsa al ribasso sui prezzi, rendendo difficile mantenere guadagni dignitosi.
Infine, persiste una incertezza incessante, nel senso che non c'è garanzia di un flusso costante di lavoro e, di conseguenza, di reddito.
Questi fattori stanno spingendo molti professionisti a cercare rifugio in occupazioni stabili, spesso nel settore pubblico, percepito come un’oasi di tranquillità.
Bisogna poi considerare la tradizione culturale italiana nel senso che, come già accennato, il mito del posto fisso ha radici profonde nella cultura italiana, alimentato da decenni di politiche che hanno favorito l’impiego pubblico come strumento di stabilità sociale. Per molte famiglie, il lavoro statale rappresenta ancora un sinonimo di rispettabilità sociale in quanto è considerato una conquista personale e familiare.
Il posto fisso, soprattutto quello del settore pubblico, è quindi tornato ad esercitare un certo fascino poiché, oltre alla stabilità economica, offre vantaggi che lo rendono particolarmente attraente. Vi sono infatti orari regolari e possibilità di conciliare lavoro e vita privata. Possibilità di avanzamento di carriera che, pur essendo lento, è spesso definito e certo e minor pressione lavorativa rispetto a molte realtà del settore privato o freelance.
Non a caso, gli ultimi anni hanno visto un rilancio dei concorsi pubblici, con bandi per decine di migliaia di posti, incentivati dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Questa opportunità ha acceso le speranze di chi cerca una stabilità che nel settore privato fatica a trovare.
I giovani italiani, spesso definiti "bamboccioni" con un’accezione ingiusta, non cercano solo comodità, ma certezze in un contesto che ne offre sempre meno. La precarietà lavorativa e il costo della vita rendono il posto fisso una scelta quasi obbligata per poter pianificare il futuro, acquistare una casa o costruire una famiglia.
C’è però un prezzo da pagare per avere tutte queste certezze e mi riferisco alle retribuzioni che sono purtroppo ancora lontane dalla dignità.
Infatti, nel panorama del settore pubblico italiano, le problematiche legate alle retribuzioni sono una realtà che da anni affligge milioni di lavoratori, nonostante i numerosi proclami e promesse di riforma da parte della politica.
La situazione resta critica, evidenziando un divario sempre più ampio tra le aspettative legittime dei lavoratori e le risposte che il sistema riesce a offrire.
I dipendenti pubblici italiani continuano a percepire salari che, nella maggior parte dei casi, non sono in linea né con il costo della vita né con il valore delle mansioni svolte.
Se si guarda a livello europeo, l'Italia si colloca in fondo alla classifica per quanto riguarda la competitività delle retribuzioni nel settore pubblico.
Questa situazione risulta particolarmente grave in un contesto in cui l’inflazione erode quotidianamente il potere d’acquisto dei cittadini.
Le retribuzioni non riescono a garantire una qualità di vita adeguata, costringendo molte famiglie a tagliare sulle spese essenziali. Per i lavoratori più giovani, questo significa anche ritrovarsi in difficoltà nel costruire un futuro solido, con difficoltà nell'acquisto di una casa o nell'avvio di una famiglia.
Vero è che esiste la possibilità di una carriera interna, attraverso appositi concorsi, che assicurano promozioni e aumenti salariali ma spesso ci si mette la burocrazia, con i suoi tagli di bilancio e una gestione inefficiente delle risorse, a portare i dipendenti a vivere un senso di frustrazione e demotivazione.
Per quanto riguarda le pensioni, la dolente nota riguarda la cosiddetta “liquidazione” che, nel Pubblico Impiego, viene corrisposta in tranche a distanza di anni dal momento del pensionamento.
Questo ritardo genera non solo stress psicologico, ma anche un peggioramento delle condizioni di salute di chi, spesso in età avanzata, è costretto a continuare a lavorare in un contesto che non sempre tiene conto delle loro esigenze.
È necessario quindi che le istituzioni affrontino con urgenza il tema delle retribuzioni e della liquidazione nel settore pubblico, riconoscendo il ruolo fondamentale che questi lavoratori ricoprono per il funzionamento del Paese.
Non dimentichiamoci che il settore pubblico è il motore che garantisce servizi essenziali ai cittadini, dalla sanità all’istruzione, dalla sicurezza alla cultura. Trascurare i diritti economici di chi opera in questo ambito significa non solo tradire le aspettative dei lavoratori, ma anche minare la qualità dei servizi resi alla collettività.
È il momento di passare dalle parole ai fatti, mettendo al centro delle politiche pubbliche il benessere dei dipendenti e la dignità delle loro pensioni. Solo così si potrà costruire un sistema equo e sostenibile, capace di restituire fiducia e prospettive a chi ogni giorno lavora per il bene del Paese.
venerdì 16 maggio 2025
Terrapiattismo: Un'indagine approfondita sul fenomeno di una credenza controversa.
Il terrapiattismo è una credenza che afferma che la Terra sia piatta anziché sferica. Sebbene la scienza moderna abbia dimostrato senza ombra di dubbio che la Terra è un geoide, questa teoria del complotto ha guadagnato popolarità negli ultimi anni, grazie alla diffusione di informazioni su Internet e ai sostenitori che cercano di convincere gli altri che esista una grande cospirazione per nascondere la verità. In questo articolo, esploreremo le origini del terrapiattismo, analizzeremo le argomentazioni dei suoi sostenitori e affronteremo le evidenze scientifiche che dimostrano che la Terra è rotonda.Origini del terrapiattismo:
Le radici del terrapiattismo risalgono all'antichità, quando l'umanità non aveva ancora sviluppato strumenti scientifici sofisticati per comprendere la forma e la struttura del pianeta. L'idea di una Terra piatta era comune tra le culture antiche, ma nel corso dei secoli, con l'avanzamento della scienza e delle osservazioni astronomiche, questa credenza è stata superata.
Risorgimento moderno del terrapiattismo:
Negli ultimi anni, il terrapiattismo ha sperimentato una sorta di rinascita. Grazie alla diffusione di teorie del complotto su Internet e ai social media, i sostenitori del terrapiattismo sono stati in grado di raggiungere un pubblico più ampio e creare una comunità online di individui che condividono la stessa visione distorta della realtà. Sono state organizzate conferenze, dibattiti e persino crociere per promuovere questa teoria.
Argomentazioni dei sostenitori del terrapiattismo:
I sostenitori del terrapiattismo presentano una serie di argomentazioni per cercare di supportare la loro teoria. Uno degli argomenti più comuni è che le immagini della Terra scattate dalla NASA e da altre agenzie spaziali sarebbero state manipolate per nascondere la sua vera forma. Altri affermano che l'orizzonte apparentemente piatto e la mancanza di una curvatura evidente sarebbero prove che la Terra è piatta. Tuttavia, tutte queste argomentazioni trascurano o distorcono il vasto corpus di prove scientifiche a sostegno della rotondità della Terra.
Evidenze scientifiche della rotondità della Terra:
La forma rotonda della Terra è stata dimostrata in modo convincente attraverso numerose evidenze scientifiche. Le prime prove risalgono ai tempi dei greci antichi, che hanno osservato l'ombra che la Terra proietta sulla Luna durante un'eclissi. Questa ombra è sempre circolare, indipendentemente dalla posizione dell'osservatore sulla Terra, il che dimostra che il nostro pianeta è sferico. Altre prove provengono dalla navigazione marittima, come il fatto che le navi che si allontanano dall'orizzonte scompaiano gradualmente dalla vista a causa della curvatura terrestre.
Peraltro, la curvatura della Terra è stata anche dimostrata attraverso l'osservazione dei fenomeni atmosferici. Ad esempio, durante un tramonto o un'alba, l'osservatore può vedere il sole sorgere o calare gradualmente all'orizzonte, scomparendo lentamente dalla vista. Questo fenomeno è spiegato dalla curvatura della Terra che fa sì che il sole appaia come se si stesse "inabissando" sotto l'orizzonte.
Inoltre, la gravità è un'altra prova convincente della forma sferica della Terra. La forza gravitazionale della Terra agisce uniformemente in tutte le direzioni, il che significa che la massa del nostro pianeta è distribuita in modo uniforme attorno a un centro sferico. Questo concetto è fondamentale per la comprensione del moto dei corpi celesti e dell'interazione tra la Terra e gli altri oggetti nello spazio.
Le missioni spaziali, come quelle condotte dalla NASA e da altre agenzie spaziali, hanno fornito ulteriori prove visive della rotondità della Terra. Le immagini scattate dagli astronauti in orbita mostrano chiaramente il pianeta come una sfera, con una curvatura visibile dell'orizzonte. Inoltre, le immagini satellitari della Terra ci forniscono una visione globale del pianeta, con una forma chiaramente sferica.
Confutazione delle argomentazioni terrapiattiste:
Le argomentazioni presentate dai sostenitori del terrapiattismo sono spesso basate su fraintendimenti scientifici, citazioni fuori contesto e teorie del complotto infondate. Ad esempio, le immagini della Terra scattate dalla NASA non sono state manipolate per nascondere la sua forma, ma sono frutto di anni di lavoro scientifico e tecnologico. Inoltre, l'apparente piattezza dell'orizzonte e la mancanza di una curvatura visibile sono il risultato della scala enorme del pianeta rispetto alla visione limitata dell'occhio umano.
Conclusioni:
Il fenomeno del terrapiattismo rappresenta un caso interessante di credenza controversa che è riuscita a diffondersi attraverso Internet e i social media. Tuttavia, la scienza e le evidenze empiriche hanno ampiamente dimostrato che la Terra è un geoide, una forma sferica. Le argomentazioni presentate dai sostenitori del terrapiattismo sono facilmente confutabili alla luce delle conoscenze scientifiche consolidate. È importante promuovere l'alfabetizzazione scientifica e affrontare le teorie del complotto per diffondere una comprensione accurata del nostro pianeta e dell'universo che ci circonda.
sabato 26 aprile 2025
Il Primo Maggio in Italia: Riflessioni sulle Sfide del Lavoro e dei Lavoratori
Nonostante i progressi compiuti nel corso degli anni, esistono ancora numerose problematiche che richiedono attenzione e azione concreta per garantire una maggiore sicurezza, dignità e parità di diritti per tutti i lavoratori e le lavoratrici nel nostro Paese.
Una delle questioni cruciali da affrontare è la precarietà occupazionale. Troppo spesso, i lavoratori si trovano impiegati in contratti precari e instabili, privi di adeguati livelli di protezione sociale e di garanzie occupazionali. Questa situazione non solo mette a rischio il benessere e la sicurezza economica delle persone coinvolte, ma mina anche la coesione sociale e l'equità nel mercato del lavoro.
È necessario adottare politiche volte a promuovere forme di occupazione più stabili e sicure, che garantiscano diritti e protezione sociale adeguati per tutti i lavoratori.
Inoltre, non possiamo ignorare il problema dell'automazione e della digitalizzazione, che sta trasformando radicalmente il mondo del lavoro e comporta rischi di esclusione per molti lavoratori.
Se da un lato l'innovazione tecnologica offre opportunità di crescita e sviluppo, dall'altro può portare alla perdita di posti di lavoro tradizionali e alla creazione di nuove forme di precarietà e disuguaglianza. È fondamentale adottare politiche e strategie in grado di garantire una transizione equa e inclusiva verso un'economia digitale, investendo nella formazione e nella riqualificazione professionale dei lavoratori e promuovendo la creazione di nuove opportunità occupazionali nel settore tecnologico.
Altro tema cruciale è quello della conciliazione tra lavoro e vita privata. Molte persone si trovano costrette a fare i conti con orari di lavoro eccessivi, pressioni stressanti e difficoltà nel gestire le proprie responsabilità familiari e personali. È indispensabile promuovere politiche e iniziative volte a favorire una migliore conciliazione tra lavoro e vita privata, garantendo, ad esempio, l'accesso a servizi di assistenza all'infanzia e a forme flessibili di organizzazione del lavoro.
Come non ricordare poi il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro. Non è accettabile che, ancora oggi, molte persone rischino la propria incolumità ogni giorno mentre svolgono il proprio lavoro. Incidenti sul lavoro e malattie professionali continuano a verificarsi con una frequenza preoccupante, evidenziando la necessità di rafforzare le normative e i controlli in materia di sicurezza sul lavoro. È fondamentale che i datori di lavoro adottino tutte le misure necessarie per proteggere la salute e la sicurezza dei propri dipendenti, e che le autorità competenti intervengano con decisione per garantire il rispetto delle leggi in materia.
Un'altra grave problematica da affrontare è rappresentata dal fenomeno del caporalato. Si tratta di una forma di sfruttamento lavorativo diffusa soprattutto nei settori agricolo e dell'edilizia, dove i lavoratori sono spesso sottopagati e costretti a lavorare in condizioni disumane. Il caporalato non solo danneggia i lavoratori coinvolti, privandoli dei loro diritti e della loro dignità, ma mina anche l'intero sistema economico, alimentando la concorrenza sleale e l'illegalità. È indispensabile adottare misure efficaci per contrastare questo fenomeno, garantendo la tutela dei lavoratori e punendo severamente coloro che ne traggono vantaggio.
Inoltre, è fondamentale promuovere una vera e completa parità di diritti tra lavoratori e lavoratrici. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni, esistono ancora disparità di genere nel mondo del lavoro, con le donne spesso penalizzate in termini di retribuzione, opportunità di carriera e conciliazione tra lavoro e famiglia. È necessario eliminare ogni forma di discriminazione di genere e promuovere politiche attive per favorire l'inclusione e l'equità sul luogo di lavoro.
Per affrontare queste sfide in modo efficace, è indispensabile un impegno congiunto da parte delle istituzioni, delle imprese, dei sindacati e della società nel suo complesso. È necessario promuovere un dialogo costruttivo e una collaborazione reciproca al fine di individuare soluzioni concrete e sostenibili per migliorare le condizioni lavorative e garantire una maggiore dignità e benessere per tutti i lavoratori e le lavoratrici.
In occasione del Primo Maggio, è importante ricordare l'importanza del lavoro e l'impegno costante per tutelare i diritti e la dignità di chi lavora. Solo attraverso un impegno comune e una determinazione incrollabile sarà possibile costruire un futuro migliore per tutti, basato sulla giustizia sociale, l'equità e il rispetto dei diritti umani fondamentali.
Stefano Innocentini
www.iltuoapprofondimento.it
















