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lunedì 13 aprile 2026

Commissione Pari Opportunità - Commissione Politiche Sociali Municipio Roma V

     


 
          Audizione di Stefano Innocentini 9 aprile 2026

Buongiorno a tutti, innanzitutto ringrazio la Commissione Pari Opportunità e la Commissione Politiche Sociali per questo invito. Un ringraziamento particolare va alla Consigliera Alessandra Di Francia per aver fortemente voluto questa audizione.

Tutto è nato quasi per caso, dopo che Alessandra ha letto il mio libro autobiografico “Dentro la Tana del Lupo”, scritto alcuni anni fa ma sempre attuale per i temi che tratta.

Naturalmente non starò qui a parlare del libro, non è la sede né questa una presentazione.

Parlerò di me, sperando di poter dare al meglio un contributo costruttivo.

Sono nato a Roma 67 anni fa da genitori di origini toscane. Vivevamo in un piccolo appartamento in pieno centro storico, per l’esattezza in Via del Colosseo. Non dobbiamo però confondere il centro storico degli anni ’60 con quello attuale, riservato a persone danarose oppure a turisti. Il Rione Monti dell’epoca era un rione molto popolare dove convivevano vari ceti sociali e purtroppo era anche presente una buona dose di delinquenza. I miei genitori erano dipendenti comunali il che, soprattutto all’epoca, significava una sicurezza economica che non tutti riuscivano a possedere.

Ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per poter vivere serenamente se non fosse stato per un particolare di non poco conto ovvero una forte instabilità mentale di mia madre. Come spesso capita in questi casi, mia madre non ha mai voluto essere visitata da qualche esperto. Sono certo che si rendeva conto di avere qualcosa nella mente che non andava ma le mancava l’umiltà di mettersi in gioco e forse aveva anche paura di finire in un manicomio, luogo dove era già stato ricoverato il padre Patrizio il 7/10/1927 con la diagnosi di “Psicosi ciclotimica” e dove era deceduto alcuni anni dopo abbandonato da tutta la famiglia (anche perché all’epoca questi pazienti erano definiti incurabili e nei manicomi, non essendoci ancora adeguati farmaci – e quindi sostanzialmente non c’era nessuna cura - le diagnosi erano “sbrigative” e servivano soprattutto a classificare e contenere, più che a curare).

Tornando a noi e agli anni della mia prima infanzia posso dire, come ho scritto anche nel libro, che la follia di mia madre si riversò su di me sin da subito attraverso atti di estrema violenza fisica e verbale. Violenza che non risparmiava neanche mio padre che spesso veniva malmenato dalla moglie e che comunque non ha mai preso una posizione difensiva nei miei confronti.

Strilla, urla, maledizioni e botte sono state il mio pane quotidiano sin da piccolino unitamente ad un attaccamento morboso nei miei confronti che, in età adolescenziale, avrà anche dei risvolti incestuosi.

Ma andiamo per ordine e vediamo velocemente cosa era capace di fare questa donna al suo unico figlio e a suo marito.

Innanzitutto era sempre rabbiosa. Ce l’aveva con il mondo intero ed era sempre in lite con qualcuno anche e soprattutto per futili motivi. Poi era particolarmente sadica. Si divertiva a far soffrire le persone così pure gli animali. Ricordo che avevamo una gattina di nome Romina e lei si chiudeva in camera da letto con la gattina, le bloccava le zampette e la riempiva di pizzichi facendola urlare dal dolore mentre lei rideva sonoramente. Io ero fuori dalla porta chiusa a chiave e soffrivo in modo pazzesco per le sevizie subite da questo povero animale e strillavo implorando di farla finita ma più urlavo e mi disperavo più lei si divertiva.

A me riservava trattamenti analoghi in quanto, oltre a riempirmi di botte per motivi inesistenti se non per sfogare la sua rabbia con il mondo intero, spesso mi costringeva a prendere rifugio nel piccolissimo bagno di casa e ne approfittava per chiudermi dentro con il chiavistello che c’era all’esterno e lasciarmi passare ore lì dentro prigioniero di pochi metri quadrati. A volte, dopo qualche ora, sentivo il chiavistello riaprirsi e io, speranzoso di poter finalmente uscire da quella trappola aprivo lentamente la porta ma lei era lì, con una caraffa di acqua bollente pronta a tirarmela addosso costringendomi a chiudere immediatamente la porticina a mia protezione.

Altra variante era quella dei coltelli ovvero non appena provavo ad aprire la porticina in legno sperando che tutto fosse finito, lei era pronta con dei lunghi e affilati coltelli da cucina che mi lanciava e, solo per mia fortuna non sono mai stato preso in pieno. Non poche volte qualche coltello si è anche conficcato nella porta trattandosi spesso di coltelli a punta e affilatissimi.

Spesso dal bagno chiedevo aiuto tramite uno spioncino che dava sulle scale ma nessuno del condominio accorreva anche perché aveva fatto terra bruciata anche con i condomini, che la odiavano e non volevano avere nulla a che fare con questa strana famiglia.

Mio padre, dal canto suo, non appena vedeva queste scene se ne andava via, forse all’osteria, e tornava a sfuriata terminata.

Quindi ero completamente solo in balia della follia di questa donna.

Tra l’altro non avevo parenti cui rivolgermi in quanto aveva litigato con tutti i suoi parenti e obbligato mio padre a cessare i contatti con le sue due sorelle.

Frequentavano solo poche persone che non erano all’altezza di capire la gravità della situazione mentre se qualcuno provava a mettere bocca veniva immediatamente allontanato dalle amicizie familiari.

Spesso aspettava che mi addormentassi per menarmi all’improvviso, nel momento in cui ero più indifeso. A volte mi si avvicinava furtivamente mentre dormivo e all’improvviso mi metteva le mani in gola cercando di stozzarmi. Oppure, sempre dopo che mi ero addormentato, si avvicinava furtivamente e silenziosamente sussurrandomi all’orecchio frasi del tipo: “Maledetto” “Che tu sia maledetto”.

C’è stato un periodo che mi cominciò a chiamare “Matto”. Ogni cosa che facevo o dicevo lei non mi chiamava più Stefano ma Matto. “Hai capito matto?”, “Hai fatto i compiti matto?” e così via. Un giorno, mentre ci trovavamo a casa di una sua amica, io ero poco più di un bambino e mi misi a giocare a pallone nel cortile. Ricordo ancora che cominciò a dirmi “Che fai matto”, “Che non lo sai che sei matto”, e così via. Allora la sua amica, scandalizzata, le chiese perché mi trattava così. La risposta fu da farsi gelare il sangue nelle vene: “Lo voglio chiamare matto perché a forza di chiamarlo così deve diventare matto davvero”. In tutto questo massacro, mio padre faceva come sempre la parte della pavida comparsa. Non prendeva mai le mie difese, anzi, se gli girava male, mi massacrava di botte anche lui e non era tenero per niente. Per un nonnulla diventava una furia e mi prendeva a pugni, ginocchiate, gomitate e quant’altro facendomi finire spesso al pronto soccorso. Naturalmente ogni volta che venivo interrogato dai medici circa le motivazioni dei lividi dovevo dire che mi ero fatto male da solo, giocando a pallone o quant’altro. Guai se avessi detto la verità. Ero un bambino impaurito e sotto minaccia: “Se parli, a casa ne prenderai delle altre”. Questo era il solito vile ricatto.

A tutto questo si univa un morboso controllo sulla mia persona. Ero controllato h24 e non potevo fare nulla se non sotto il controllo e l’approvazione di lei. Anche nella scuola il controllo era fortissimo e non si limitava al semplice appurare che io studiassi e prendessi buoni voti. Mi metteva alle costole giornalmente qualcuno che mi seguisse e mi obbligasse a stare al chiodo anche se non ne avevo la necessità.

Inoltre, come se non bastasse, si era fissata che dovevo studiare il pianoforte cosa che in teoria sarebbe anche stata lodevole ma non fatta sotto la continua minaccia di essere picchiato, tra urla, strilla, cinghiate e quant’altro.

Nonostante tutto ero bravino in quanto riuscii addirittura a superare una dura selezione per essere ammesso a studiare alle scuole medie nel Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Presumo che la musica ce l’avessi nel sangue ma come tutte le cose belle, mia madre se ne appropriò facendomela studiare a modo suo e non come sarebbe stato giusto fare. Arrivava addirittura ad essere lei a stabilire i compiti che i vari maestri di pianoforte mi dovevano assegnare e il tutto senza capirci un fico secco.

Nonostante tutto intorno ai 15 anni riuscii anche a superare un difficilissimo esame al Conservatorio al quale mi presentai come privatista. Si trattava del famigerato esame di Solfeggio e Teoria Musicale che comprendeva una miriade di prove tra le quali quelle che ricordo sono: Lettura delle note su sette chiavi (setticlavio), solfeggio parlato, solfeggio cantato, dettato musicale (che consisteva nello scrivere le note che l’esaminatore suonava senza essere visto da me individuandone il nome, il tempo, la chiave, ecc.) e altre prove alquanto difficili.

Ma quello che sicuramente è stato scandaloso nei primi anni della mia adolescenza, è stata l’intromissione nella mia sfera sessuale. Una coppia come quella dei miei genitori oltre ad essere una coppia diabolica, era anche una coppia fortemente immatura dal punto di vista sessuoaffettivo e non poteva essere diversamente. Cercarono quindi di intromettersi nella mia acerba sfera sessuale (sto parlando della mia prima adolescenza) facendomi prima fare una forte cura ormonale per accelerare lo sviluppo e, in concomitanza, riempiendomi la cameretta di poster con donnine nude in posizioni esplicite e facendone vanto con i frequentatori della casa come se io fossi particolarmente evoluto in fatto di sessualità avendo la camera piena di immagini che ricordavano quelle dei camionisti. Per me era fonte di forte imbarazzo ma guai a ribellarsi.

Anche nei primi approcci con le ragazzine, ero controllatissimo. Non dovevo frequentare nessuna che non fosse attentamente valutata da loro. Non ero libero di ricevere telefonate a casa, di ricevere ospiti, insomma: di avere una mia vita proprio nel momento in cui stavo per fiorire come piccolo uomo.

Anche alle scuole superiori il controllo era esasperante al punto che, ad esempio, mentre i miei compagni si presentavano in classe con i vestiti alla moda e portavano con loro solamente i libri necessari, io dovevo andare a scuola con i vestiti orribili che mi obbligava ad indossare mia madre (pena un sacco di botte di prima mattina) e tutti i libri, anche quelli inutili, conservati in una cartella che si usava alle scuole elementari suscitando purtroppo le ilarità di alcuni compagni di classe.

Proprio mentre stavo sbocciando come piccolo uomo, ci furono anche due episodi squallidi che ancora ricordo bene: il primo fu quando mia madre, prendendomi all’improvviso, mi baciò in bocca con la lingua come fosse stata la mia amante. La cosa mi fece uno schifo enorme e cominciai a sputare per mezz’ora consecutiva.

La seconda fu quando, approfittando del fatto che mi ero fatto la doccia, mi si avvicinò con la scusa di aiutare ad asciugarmi e mi prese il pene cercando di metterselo in bocca. Anche in questo caso mi ritrassi prontamente ma rimaneva il gesto incestuoso che ancora ricordo con dolore a distanza di oltre 50 anni. 

Ci sarebbero tante altre cose da raccontare ma non vorrei tediare nessuno e proprio per questo alcuni anni fa decisi di scrivere la mia autobiografia “Dentro la Tana del Lupo” in quanto nello spazio di un libro sono potuto andare a ruota libera e scrivere tutto quello che mi sono ricordato della mia vita.

Comunque, in tutto questo sfacelo, vi sono anche delle cose positive che con coraggio e determinazione sono riuscito ad ottenere.

La prima, conquistata con molta fatica, è stata la pratica di una fantastica arte marziale che si chiama Judo e che, seppur con dei lunghi periodi di pausa, non ho mai abbandonato diventando Maestro e cintura nera 4° Dan. Non fu facile convincere i miei genitori a farmi praticare questo sport perché era una cosa scelta da me e non imposta da loro ma tant’è, non solo ci sono riuscito ma anche i miei figli lo hanno praticato diventando uno cintura marrone e l’altro anche lui cintura nera (però 1° Dan).

Già, i miei figli…che lunga storia.

Innanzitutto diciamo che tutto quello che ho subito non è passato indenne nella mia mente. Già dalla prima adolescenza ho iniziato ad avere i primi sintomi di un disturbo molto insidioso e invalidante che si chiama Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). Questo disturbo si è aggravato nel corso del tempo sfociando anche in una gravissima forma di depressione che mi indusse negli anni ’90 a tentare il suicidio.

C’è però da dire che a cavallo degli anni ’70/’80, pur essendo malato, molte cose cominciarono a girare per il verso giusto. Mi riferisco al fatto che prima ancora di finire le superiori riuscii a trovare un lavoro stabile a Firenze (quindi indipendenza economica e lontananza fisica dai miei genitori), poi conobbi una fantastica ragazza che sarebbe poi diventata mia moglie e anche il servizio militare di leva riuscii a svolgerlo a Roma il che mi dette l’opportunità di frequentarla al meglio. Con Angela, questo il suo nome, riuscimmo a comprare un piccolo appartamento facendo non pochi debiti ma che ci dette l’opportunità di sposarsi anche perché nel frattempo anche lei aveva trovato un posto di lavoro ed io ero stato trasferito a Roma. I rapporti con i mei genitori erano sempre tesi al punto che per alcuni anni volli evitare di frequentarli: erano troppo destabilizzanti per la nostra famiglia. Nonostante tutto, pur essendo sofferente per via del DOC e della depressione, posso dire di aver creato una bella famiglia, di aver ottenuto anche delle belle soddisfazioni nell’ambito lavorativo diventando Vice Segretario Nazionale del sindacato autonomo UNSA nel Ministero dei Beni culturali e Ambientali (attuale Ministero della Cultura). Certo, a tutto c’è un prezzo e il prezzo che io ho pagato per i traumi che ho subito è stato alto. Una volta chiesi al mio Psichiatra come mai, avendo subito tanta violenza sin dalla più tenera età, non fossi diventato anche io un violento. Se è vero che molti assassini seriali sono tali perché hanno subito abusi sin da piccoli, io come minimo dovevo essere il mostro di Firenze…

La risposta fu semplice e chiara: pur essendo vero che la violenza genera mostri, nel mio caso la violenza che ho subito si è riversata tutta dentro di me trasformandosi in malattia ossessiva e depressiva. In pratica è come se la mia mente avesse fatto violenza su sé stessa.

Nonostante tutto, negli ultimi anni del loro percorso terreno, non mi sono sentito di abbandonare i miei genitori e cercai un riavvicinamento assistendoli fino al loro ultimo giorno di vita.

Non a caso il mio libro inizialmente lo avevo intitolato “Le tenebre, la Luce e il Perdono” che stava a significare i tre momenti della mia vita ovvero quello oscuro della infanzia e adolescenza, seguito dalla luce nell’aver incontrato Angela e formato la mia famiglia e il perdono che, nei fatti e non a parole, ho dato ai miei genitori. Il titolo però non mi piaceva molto e allora, aggiungendo degli altri capitoli, arrivai alla versione attuale ed ora si intitola come detto: “Dentro la Tana del Lupo”.  

Adesso, seppur con qualche alto e basso, sono alquanto stabilizzato ed equilibrato e sto cercando di godermi questa ultima parte della mia vita che, pochi mesi fa, è stata anche allietata dalla nascita di Leonardo, il mio primo nipotino.

Spero di aver sintetizzato nel migliore dei modi la mia esperienza di vita e, nel mio piccolo, aver dato un contributo costruttivo.

Vorrei comunque concludere con una riflessione che ritengo centrale per il lavoro di queste Commissioni, soprattutto oggi che parliamo di sessuoaffettività.

La mia storia dimostra quanto la sfera sessuale ed emotiva di un minore possa essere distorta, manipolata o violata quando manca una cultura dell’affettività sana, del rispetto dei confini, della libertà di crescita.

La sessuoaffettività non è un tema “accessorio”: è un pilastro dello sviluppo umano.

Quando viene negata, forzata o controllata, lascia ferite che possono accompagnare una persona per tutta la vita.

Penso altresì che sia dovere delle Istituzioni intervenire in situazioni come quella che ho raccontato in quanto, oggi più che mai, è necessario:

 

-      educare bambini e ragazzi a riconoscere il proprio valore e i propri confini,

 

-      formare gli adulti — genitori, insegnanti, operatori — a cogliere i segnali di disagio,

 

-      creare spazi sicuri in cui i giovani possano parlare di emozioni, corpo, identità, relazioni,

 

-      rafforzare i servizi sociali affinché nessun minore resti solo in una famiglia che non è in grado di proteggerlo.

 

In sintesi e concludendo, secondo me la sessuoaffettività non è solo educazione alla sessualità: è educazione alla dignità, alla libertà interiore, alla possibilità di costruire relazioni sane.

Se avessi avuto accanto adulti capaci di riconoscere ciò che stava accadendo, forse la mia storia sarebbe stata diversa.

Oggi abbiamo gli strumenti per evitare che altri bambini vivano ciò che ho vissuto io.

Ecco perché sono qui: perché credo che raccontare il proprio dolore abbia senso solo se può trasformarsi in un contributo per il bene comune.

Se la mia esperienza può aiutare anche un solo ragazzo o una sola ragazza a essere visto, ascoltato, protetto, allora tutto questo avrà avuto un significato.

Vi ringrazio per l’attenzione e per il lavoro che svolgete ogni giorno.