Perché le nuove norme sulla scuola possono rafforzare integrazione, sicurezza e qualità educativa.
Come era prevedibile, queste decisioni hanno immediatamente
acceso il dibattito politico e suscitato opinioni molto diverse. Personalmente
ritengo però che valga la pena guardare al problema senza pregiudizi ideologici
e chiedersi quale sia l'obiettivo di questi provvedimenti. A mio avviso, le
nuove regole possono rappresentare un passo avanti verso una scuola più
equilibrata e maggiormente capace di favorire una reale integrazione.
Partiamo dal problema del volto coperto. La scuola è prima
di tutto un luogo di incontro, nel quale studenti, insegnanti e famiglie devono
potersi riconoscere e comunicare liberamente. La relazione educativa non passa
soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso le espressioni del volto, lo
sguardo e tutto quel linguaggio non verbale che costituisce una parte importante
dei rapporti umani.
A ciò si aggiunge un'esigenza molto concreta di sicurezza.
All'interno di un edificio scolastico mi sembra ragionevole che le persone
debbano essere identificabili. Il provvedimento, infatti, stabilisce in
generale che non si possa partecipare alle attività scolastiche con il viso
coperto, salvo specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza.
Non credo quindi che la questione debba essere posta nei
termini di una contrapposizione verso una religione o una cultura. Il punto,
almeno per come lo vedo io, è un altro: in determinati luoghi e circostanze
devono esistere regole comuni valide per tutti.
C'è poi la questione, forse ancora più delicata, della
presenza degli studenti stranieri nelle singole classi.
Anche qui occorre però fare chiarezza. Non si tratta
semplicemente di stabilire che in una classe non possa esserci più di una certa
percentuale di ragazzi stranieri. Il limite del 30% previsto dal provvedimento
riguarda determinate categorie di alunni con cittadinanza non italiana e tiene
conto del percorso scolastico già svolto nel nostro Paese. Per esempio, per la
scuola primaria vengono considerati elementi come la nascita in Italia o la
frequenza di almeno due anni della scuola dell'infanzia, mentre per la
secondaria viene considerato il percorso già compiuto nel sistema nazionale
d'istruzione.
Questa precisazione è importante perché aiuta a comprendere
meglio il senso della norma. Il problema non dovrebbe essere la nazionalità di
un ragazzo, ma la possibilità concreta per la scuola di garantire a tutti un
insegnamento efficace e, nello stesso tempo, di aiutare chi arriva nel nostro
Paese a inserirsi realmente.
Una presenza eccessivamente concentrata, nella stessa
classe, di ragazzi che hanno ancora difficoltà con la lingua italiana può
rendere più complicato il lavoro degli insegnanti e, paradossalmente, può
penalizzare proprio quegli studenti che avrebbero maggiormente bisogno di
integrarsi.
Per questo ritengo che una distribuzione più equilibrata
possa essere utile. Può consentire agli insegnanti di seguire meglio gli
studenti che hanno bisogno di un sostegno linguistico e, soprattutto, può
contribuire a evitare la formazione di quelle che vengono comunemente definite
“classi ghetto”. Evitare concentrazioni di questo tipo significa, almeno nelle
intenzioni dichiarate dal governo, cercare di favorire l'integrazione anziché
ostacolarla. L'obiettivo di evitare le “classi-ghetto” è stato esplicitamente
associato dal governo al nuovo provvedimento.
Del resto, integrare non può voler dire semplicemente
mettere insieme persone provenienti da realtà diverse e pensare che tutto
avvenga automaticamente. L'integrazione è un processo e, come tale, richiede
strumenti, regole e anche responsabilità.
In questa prospettiva va letta anche un'altra misura
prevista dal provvedimento, quella riguardante i genitori stranieri le cui
difficoltà linguistiche impediscano un'efficace collaborazione tra scuola e
famiglia. In questi casi è prevista la possibilità di frequentare gratuitamente
corsi di italiano presso i Centri provinciali per l'istruzione degli adulti,
con l'obiettivo di raggiungere almeno il livello A2.
Trovo questo aspetto particolarmente significativo. Imparare la lingua del Paese nel quale si è scelto di vivere non significa rinunciare alla propria cultura o alle proprie origini. Significa, al contrario, acquistare uno strumento indispensabile per partecipare alla vita della comunità, dialogare con le istituzioni e seguire più efficacemente anche il percorso scolastico dei propri figli.
Naturalmente è legittimo discutere queste norme e anche
criticarle. Su temi tanto complessi non esistono soluzioni miracolose e sarà
soprattutto la loro applicazione concreta a permettere di valutarne i
risultati.
Tuttavia, considero altrettanto legittimo sostenere un
principio molto semplice: la scuola ha bisogno di regole chiare e
l'integrazione, per funzionare davvero, deve andare di pari passo con la
condivisione di alcune regole fondamentali.
Per queste ragioni, a mio avviso, le misure introdotte dal
governo non devono essere necessariamente interpretate come una chiusura nei
confronti di chi arriva da altri Paesi. Possono essere lette, al contrario,
come il tentativo di costruire una scuola più sicura ed equilibrata, capace di
integrare senza creare nuove forme di isolamento.
Il dibattito continuerà, com'è giusto che sia. Ma al di là
delle contrapposizioni politiche, credo che il punto sul quale dovremmo
concentrarci sia soprattutto uno: fare in modo che la scuola continui a essere
un luogo nel quale ragazzi con storie e provenienze diverse possano crescere
insieme, imparando non soltanto le stesse materie, ma anche a sentirsi parte
della stessa comunità.

Commenti
Posta un commento
Grazie per aver lasciato un commento. Sarà pubblicato il prima possibile.